Etna 2011Il cambiamento è una legge della vita e coloro che si ostinano a guardare sempre solo al passato o si concentrano unicamente sul presente possono essere sicuri di perdersi il futuro“.
(Anonimo)

Dice il vulcanologo Salvo Caffo, accompagnandomi sul fianco meridionale dell’Etna: “Vede quella alta collina lavica laggiù sulla destra? Una settimana fa non esisteva“. Comincia con questa “lezione involontaria sul cambiamento” la mia ultima visita nella terra dominata dalla “Muntagna”, così come i Siciliani della zona chiamano l’Etna. Sono stato scaraventato da poche ore sui fianchi del vulcano più grande d’Europa e, forse, più bello del mondo. Sono qui per i vini del grande vulcano. Ho lasciato l’afa del Nord per bearmi del teso, fresco vento di quota “quasi-3000″, punto fino al quale ci ha condotto la Land Rover del Parco dell’Etna.

Sappiamo che l’Etna è in perpetua attività. Ma quando da cartolina si trasforma in consapevolezza tridimensionale e sensoriale completa, mentre cammini sulla sua crosta croccante, finalmente realizzi che una cosa immensa come la Muntagna cambia continuamente i suoi lineamenti e fattezze, non è immutabile. Qui, una collina di 150 metri di altezza si materializza in poche ore, e poi un giorno verrà ricoperta completamente fino a fondersi con altra immensità.

Certo, la distruzione ci colpisce più della creazione. Ma è il cambiamento la questione centrale, qui. Una porzione infinitesima di pianeta, ma comunque vasta 1.600 kmq, cambia a velocità che è difficile immaginare, soprattutto per noi esseri umani così attaccati alle abitudini, alle routine, alle credenze. Qui la natura ci ricorda con spettacolarità estrema che se vuoi cambiare devi anche distruggere.


Non so immaginare come sia la vita di chi vive arrampicato sui fianchi di un mostro che non dorme mai. So che non ho trovato nessuno che si lamenti, però, degli inevitabili disagi che i più piccoli sbuffi di lava producono (come quello del quale sono stato testimone nella notte di domenica 28 agosto). So che persone intelligenti e illuministe che ho incontrato, come Valeria Càrastro, agronomo impegnata nella zonazione dell’Etna DOC, o Marco Nicolosi, giovane proprietario della storica azienda Barone di Villagrande, o come Giuseppe Mannino, presidente del Consorzio Etna DOC e vignaiolo nella sua azienda Le Sciarelle, non riescono a viverne troppo lontano, cercano la Muntagna quando si trovano tra altre montagne, essa è una parte di loro, inseparabile.

Girando per il mondo ho incontrato vignaioli che parlano alle vigne, sostengono di avere rapporti personali con le botti, e tante altre suggestive storie. Ma qui, sulla Muntagna, hanno rapporti confidenziali, sono intimi con un mostro ora buono (quando regala suoli di fertilità straordinaria e un clima ideale per la vite), ora selvaggio (quando distrugge e spazza le ridicole opere umane). Non so immaginare come sia il lavoro di questi vignaioli, sempre in attesa di qualche “danno collaterale” causato dalla Muntagna, ma posso pensare a quanti ringraziamenti rivolgano ai loro dei ogni volta che portino a termine una vendemmia, o imbottiglino il vino nuovo.

Non considerateli eroi, per questo. Sono semplicemente figli della Muntagna.

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Il mio piccolo omaggio prosegue con le foto realizzate: