"…il sostantivo “spumante” è morto e non ha più senso utilizzarlo…". Amen.

Ipse dixit Maurizio Zanella, presidente del Consorzio per la Tutela del Franciacorta. L'affermazione (vedi comunicato riportato più sotto) si colloca nel contesto dell'ennesima polemica circa il confronto tra Champagne e il "resto del mondo", dove per molti italiani il "mondo" comincia a Valdobbiadene e finisce ad Asti.

Tifosi vs. Realisti: questa pare essere la partita, i primi impegnati a sottolineare "autarchicamente" che ancora una volta gliele abbiamo fatte vedere ai francesi. I secondi, presi dallo sforzo di sottolineare le identità delle singole aree produttive e far crescere i singoli marchi di territorio (smarcandosi così dalla necessità di imbarazzanti e inopportuni confronti con la Champagne – qui ho segnalato un autorevole intervento di Delphine Veissiere).


In mezzo al clangore di mazze e scudi, ci va di mezzo il sostantivo "spumante".

Perché "spumante" livella le identità e i metodi di produzione, perchè spumante induce i "tifosi" ad abusarne, compilando immaginarie classifiche e confronti. Perché "spumante" non piace ai "realisti", desiderosi o preoccupati di promuovere il tale o tal'altro marchio territoriale.

Certo, soprattutto quest'ultimi trovano poi rifugio nella confortevole "coperta di Linus" del termine "bollicine", vezzeggiativo banalizzante, già bandito dalla lingua di Aristide, parolina che pare addolcire lo sputtanamento di mercato perpetrato e consentito al termine "spumante", ma non offre garanzie sull'esenzione dalla prossima fregatura per i consumatori [espressione che, tra l'altro, non esisterebbe se non esistessero bicchieri imperfetti, le cui rugosità fanno comparire le più o meno piccole bolle di CO2, tanto che molti "prezzolati" produttori fanno raschiare finemente il vetro alla base dei bicchieri ed esaltare così il perlage finissimo che tanti occhiuti sommelier poi celebreranno].

E il consumatore? Già vedo lo sgomento negli occhi di molti. Tranquilli: "spumante" o "bollicine" che siano, auguratevi di stare alla larga da certi prodotti preceduti da tali certezze. La battaglia per bere vini di qualità continua. Così come per nutrirsi, anche il vino sottopone a faticosi processi di apprendimento, ricerca, costante informazione. Occorrerà memorizzare le identità di "Franciacorta", "TrentoDOC", "Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene", "Asti", "Südtirol/Alto Adige" e un'altra dozzina di denominazioni che popolano il complesso mondo dei vini mossi, frizzanti, metodo Martinotti e metodo Classico italici.

Piuttosto, se davvero i produttori più dotati di visione vogliono affermare i propri marchi territoriali, viene subito da chiedere quali e quante risorse hanno intenzione di investire, quante risorse saranno chieste ai contribuenti, quali strategie di marketing adotteranno, eccetera. Pare di scorgere, attraverso il fumo della battaglia in corso tra "tifosi" e "realisti", che un accenno di campagna promozionale sia in atto, che il tentativo di imporre positivamente un certo modo di pensare "realista" sia legittimamente in via di attuazione. Bene, è un buon inizio ma non credo basti. Vediamola così: a quante presse o fermentini siete disposti a rinunciare per rimpolpare i magrissimi budget di marketing delle vostre aziende e consorzi? Meno hardware e più software è un'equazione compresa nel vostro futuro? E quante di queste risorse verranno sostenute dai contribuenti italiani ed europei?

Domande maliziose? Forse. Ma sono rivolte a voi perché i consumatori intendano.

A seguire, il testo del comunicato con le dichiarazioni di Maurizio Zanella.

===========================
Gentile Direttore,

Le festività natalizie rappresentano, da sempre nella nostra cultura, il momento più importante dell’anno per il brindisi che accompagna le grandi cene organizzate per festeggiare l’inizio del nuovo anno. A partire dallo scorso mese di dicembre e in gennaio ho letto, con crescente stupore, l’enorme quantità di notizie riprese da numerosi media derivate da informazioni diffuse da vari enti/associazioni contenenti dati di vendita delle bollicine Made in Italy nel mondo, i consumi previsti durante le festività e soprattutto la notizia che lo spumante italiano avrebbe superato lo Champagne per quanto concerne i volumi di vendita.

Mi preme segnalarle che in particolare quest’ultima affermazione non solo non abbia alcun senso ma concorra anche a diffondere una profonda disinformazione nei confronti dell’opinione pubblica. Infatti, mentre per l’Italia si tengono in considerazione tutti i vini spumanti prodotti con metodo e con qualità e prezzo molto diversi fra loro, per quanto riguarda lo Champagne si tiene in considerazione solamente una denominazione prodotta in Francia. Ma lo Champagne non è l’unico vino di questo genere prodotto oltralpe (penso per esempio al Cremant d’Alsace), quindi sostenere che lo spumante abbia battuto lo Champagne è una palese inesattezza.

Alcune testate includono, correttamente, tutta la produzione francese di bollicine che in effetti è inferiore a quella italiana. Ma il fatturato della produzione italiana non arriva nemmeno alla metà di quello francese; ne viene che è una magra consolazione produrre di più per fatturare la metà!

Comprendo che le testate, abbiano ripreso questi dati confidando nell’autorevolezza delle fonti e nella correttezza delle loro analisi, con l’obiettivo condiviso di promuovere il prodotto italiano, mentre invece l’effetto che si è probabilmente ottenuto è stato quello di parlare della denominazione dei nostri cugini d’oltralpe.

Un ulteriore considerazione da farsi è che non è possibile essere a conoscenza dei dati di vendita prima ancora che sia trascorso il mese di dicembre, oltre al fatto che sono solo le denominazioni a origine controllata e garantita (Docg) ad avere un monitoraggio certo. Infatti, queste denominazioni rappresentano solo una parte minoritaria del grande calderone chiamato “spumante”, sul quale avevo già espresso la mia opinione spiegando che “lo sbandierato successo dello spumante italiano, analizzando i numeri, è frutto – salvo pochissime eccezioni – di un prodotto assolutamente anonimo che deve le sue performance unicamente a prezzi unitari bassissimi”.

Di fatto, ad oggi, sono tre le denominazioni che hanno saputo promuovere il proprio territorio d’origine smarcandosi dall’identificazione con una categoria merceologica: Asti, Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene e Franciacorta, oltre a due importanti aziende private industriali. Sono solo la Franciacorta e queste ultime due grandi aziende a produrre, di fatto, con la stessa metodologia di produzione dello Champagne.

Desidero quindi ribadire che il sostantivo “spumante” è morto e non ha più senso utilizzarlo in questi e molti altri frangenti. Sarebbe come paragonare tutti i vini rossi italiani (tanto quelli a denominazione di origine controllata quanto i vini da tavola) con il Bordeaux francese, mentre correttamente per questa tipologia di vino si parla di denominazioni: Barolo, Chianti, Brunello di Montalcino, Amarone per citarne alcuni. Ognuno con un suo metodo di produzione, suoi vitigni e soprattutto un territorio d’origine specifico che si distingue da tutti gli altri per le sue caratteristiche uniche.

In questo inizio 2011 ritengo sia opportuno tornare a ribadire con forza questi concetti in virtù di una buona e onesta informazione che sia veicolo di cultura, che sappia portare il consumatore a conoscere quali siano le caratteristiche principali della produzione vinicola italiana, elemento fondamentale dell’enogastronomia nazionale sulla cui importanza, anche a livello di prestigio e riconoscimento internazionale, credo sia superfluo soffermarmi.

Un consumatore consapevole e correttamente informato è interesse di tutti.

La saluto cordialmente,

Maurizio Zanella