SpumanteFinite le feste natalizie, prevedete quel che volete per il 2010. Raramente qualcuno andrà a controllare a fine anno cosa si è avverato delle vostre previsioni.

Ma volete una previsione sicura sicura? Il qui presente Aristide, seduta stante, non userà l’espressione “bollicine” per identificare un vino mosso, o frizzante artificiale o “naturale”, o spumante metodo Martinotti (o Charmat) o spumante metodo Classico con lieviti selezionati artificialmente o “naturali”.

“Bollicine”: sono sia quelle a “occhi di rospo” (“yeux de crapaud” le chiamano i francesi) grosse come quelle di certe bevande di “cola”, sia quelle finissime ed eleganti.

Basta, non ne posso più. Non so se sarete d’accordo con me, ma ormai ho deciso. L’espressione “bollicine” è la grande livella, questa sì omologante, che cerca di accomunare spumanti frutto di manipolazioni in campagna, nei registri di cantina, e tra le vasche di trasformazione, con eccellenti prodotti di qualità, affinati al costo del tempo e di preziose conoscenze. Fossi un produttore di quest’ultima categoria, sarei furioso.

Quando parliamo di vino e di spumante, distinguere è sempre obbligatorio. Ogni tipo di bolla ha un suo perchè, una sua differente origine, un suolo, un’uva più o meno adatta, un lievito, una tecnica di vinificazione.

Piantiamola di chiamarle “bollicine”. Non so se sarete d’accordo con me, ma vorrà dire che saremo almeno in due.

Ecco cosa scriveva il giornalista Camillo Langone, solo qualche settimana fa:

Quando sento la parola «bollicine» la mia mano è attratta dal revolver che non ho e che vorrei avere e che forse, vista la mia iracondia, è meglio non abbia. Spumante: per secoli il vino spumeggiante nel bicchiere scintillante si è chiamato spumante e adesso, dopo milioni di ettolitri colpevoli, acidi e addizionati, i gatti e le volpi dell’industria enologica hanno pensato bene di sostituire la parola sputtanata con una parola vergine, «bollicine», risultando più rapido ed economico agire sul vocabolario piuttosto che sulle cose. Difficile, fare il vino buono. Facile, etichettarlo in modo accattivante. In questo modo i più puzzolenti chardonnay di Franciacorta e Trentino stanno vivendo una seconda, trionfale giovinezza. Dalla ridenominazione sembrano trarre giovamento finanche le pozioni dell’Oltrepò Pavese e quando dico Oltrepò Pavese non ritengo sia il caso di aggiungere nulla“.

E meno male che la penna di Langone non si è soffermata sul Prosecco.