Impossibilitato a raggiungere Fornovo di Taro per la rassegna "Vini di Vignaioli / Vins des Vignerons", approfitto della disponibilità di Luciano Ramella per ospitare qui un suo contributo sulla sua visita a Fornovo.

Che la manifestazione di Fornovo fosse un po' "sgangherata" ("trasandata" per Ramella) dal punto di visto organizzativo (a cominciare dalla sublime lingua francitaliana impiegata nei testi del loro sito web) era un'impressione che non osavo condividere. Il parterre di ottimi produttori e prodotti, sia italiani che francesi, meriterebbe un contesto organizzativo più adeguato.

Ma tant'è. La parola va ora a Luciano Ramella. Buona lettura.

Non li invidio, non li invidio davvero quei giornalisti e quei bloggers, numerosi e di entrambi i sessi, che hanno voluto fare un puntuale e  analitico resoconto della ottava edizione di Vini di Vignaioli.


Costretti a muoversi con agende o palmari in spazi ristretti, con in mano il bicchiere a dir poco ridicolo fornito all’ingresso e a vere acrobazie per utilizzare i secchi di plastica (mai svuotati) facenti funzione di crashoirs.
 Augurabile poi una sana vescica, altrimenti la frequentazione dei gabinetti “caserma style” avrebbe ulteriormente aggravato la situazione.


Nel film di Mel Brooks, Frankenstein Junior chiede ad Igor mentre stanno disseppellendo il corpo che servirà per impiantare il cervello nuovo: “cosa potrebbe esserci di peggio?” ed  Igor risponde: “potrebbe piovere”. 
Lunedì pioveva e Aristide, a causa di imprevisti impegni di lavoro, ha dovuto proprio domenica sera, dopo aver visto le previsioni del tempo, rinunciare a Fornovo. 

Il fatto che questa manifestazione, nonostante tutto ciò, veda la presenza di tanti produttori italiani ormai affermati e riconosciuti anche da quella che, a mio personale parere, è la guida più affidabile e cioè “I vini d’Italia” dell’Espresso, è difficilmente comprensibile. Eppure qualche vignaiola non tanto tempo fa era a Parigi, qualche altro sarà tra pochi giorni a Merano nel prestigioso Kursaal per il Wine Festival.


La spiegazione forse è semplice: Vini di Vignaioli è la madre di tutte le manifestazioni relative ai vini naturali e i produttori la amano.
 
Ma chi scrive questo resoconto senza pretese, ma non per questo meno affidabile, non può comunque esimersi dal darvi una sia pur pallida idea di quanto di bello e di buono ci fosse.


Deve però fare una premessa: di troppi vignaioli presenti,  soprattutto del gentil sesso, sono innamorato da anni. E la passione, si sa, rende ciechi.
 Non posso quindi essere obiettivo di fronte ai Brunelli e ancor di più ai Rossi di Montalcino delle gemelle Padovani (Campi di Fonterenza) o di Stella di Campalto e lascio a Decanter e alla citata guida dell’Espresso tesserne gli elogi e attribuire le bottiglie cartacee. 
Così come devo cercare di essere moderato nel parlar bene di Corrado Dettori Dottori (La Distesa), che con una gran sciarpa, presentava, dopo annata difficile e travagliata dal "mal bianco", degli ineccepibili Terre Silvate 2008 ed Eremi 2007 (Verdicchio dei Castelli di Jesi Superiore e Riserva), con il Nur (uvaggio di trebbiano, malvasia e verdicchio) e soprattutto con un 99 metodo Solera (per intenderci quasi un piccolo ma gradevolissimo Porto), che abbinato, come consigliato dal produttore, con un buon formaggio pecorino , rende più facili le cose di questo mondo.


Di cordiale amicizia non è poi immune il mio giudizio sui continui progressi dei vini della toscana Fattoria Cerreto Libri che per farsi perdonare la continua assenza del Canaiolo (pensate un Canaiolo in purezza) e del sempre più richiesto ed apprezzato Podernovo, mette a disposizione degli affezionati 1.248 bottiglie (non tutte però a Fornovo) del vino sino ad oggi riservato ad uso padronale: Il Padronale (Sangiovese, Canaiolo e Celerino) che, ad un primo assaggio, seduce. 
I grandi bianchi di Dario Princic (che tanto bianchi poi non sono) confondono un poco quelli che non hanno dimestichezza con i vini biodinamici perché viene consigliato di berli a 15 gradi per apprezzarne la ricchezza dei profumi (magnifici il Trebez  e la Ribolla).


Il mio elenco dovrebbe continare con i vini dei friulani Denis Montanar  oppure dei Clivi, ma preferisco spendere una parola per il Pinot Noir del Podere Còncori, vino che non conoscevo e che soprattutto per la finezza, la pulizia e la precisione olfattiva mi ha ricordato i grandi Cru della Borgogna.



L’altra metà del cielo è rappresentata dai cugini francesi, quest’anno in netta minoranza ma sempre “coude à coude” con i nostri.
 E qui, se foste stati fortunati e pazienti nell’aspettare il vostro turno, avreste potuto deliziarvi con gli Champagne di Francis Boulard o gustare degli ottimi chardonnay borgognoni della bella annata 2007 (Domaine Sabre).


Ma, soprattutto, non avreste potuto trascurare quella che per me ha rappresentato la vera novità della rassegna: la Distillerie Artisanale di Laurent Cazòttes.
 Quando parliamo di eaux (de vie) de fruits pensiamo inevitabilmente ai grandi distillati alsaziani. Qui invece siamo nel sud della Francia, a Villeneuve sur Vère (Cordes sur Ciel), non lontani da Tolosa, in una zona dove sul finire del 1100 e la prima metà del 1200 facevano proseliti i Catari (o Albigiesi), eretici cristiani che rifiutavano il battesimo e il matrimonio, così pericolosi da spingere Papa Innocenzo III a scatenare nel 1209 la prima guerra di religione tra Cristiani.
 A Fornovo l’eleganza e la delicatezza di questi distillati era ben presentata e rappresentata dalla deliziosa Marina Cazottes (la cui famiglia è di origine italiana). Accanto all’aperitivo alle noci verdi (mecerate 24 settimane), avreste potuto gustare il Liqueur de Prunelle o di Coing Sauvage (mela cotogna), frutti lasciati appassire (passerillage) prima sulla pianta e poi “dolorosamente” colti per terminare l’appassimento sui graticci. Risultato finale: liquori di 18° che trasudano frutto.


Avreste quindi chiuso le danze, con lo stomaco ancora integro e gioioso, con le Eaux de vie de Poire Williams o de Reine Claude (prugne regina claudia), delizie a 45° di una delicatezza esemplare, nonostante i gradi alcolici.


Santé.


Luciano Ramella