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Week-end dedicato alla terza edizione di "BCM: Bordolesi, Cabernet, Merlot" a Villa La Favorita di Monticello di Fara, Vicenza [Nota: BCM è stato inserzionista di Aristide]. L'edizione 2008 è stata caratterizzata da due aspetti: l'organizzazione curata dal Consorzio Vini Vicentini (Co.Vi.Vi.) dalla "sede simbolo" del Palazzo del Vino di Lonigo, il Palazzo Pisani, al quale aderiscono i Consorzi di Tutela delle sei denominazioni vicentine (Colli Berici, Vicenza, Breganze, Gambellara, Arcole e Lessini Durello); l'altro aspetto è stata la connotazione "nobile" che si è voluta dare questa rassegna che ha radunato oltre 300 etichette in degustazione: il sottotitolo “Vini aristocratici, nobili produttori” introduce al tema "forte", dare risalto al mondo della nobiltà e allo stretto legame che ha con esso il taglio bordolese.

Ipse dixit. Ecco chiamati a raduno oltre una ventina di produttori di
sangue blu: Diego Planeta, Enrico
Drei Donà, Aldo Maria Brachetti-Peretti, Duccio Corsini, Alessandro
François, Leonardo Frescobaldi, Luigi
Malenchini, Marco Ricasoli Firidolfi, Luca Sanjust, Ginevra Venerosi
Pesciolini, Michael Goëss-Ezenberg, Ruggero de Tarczal, Maria Josè
Fedrigotti, Alberto Cisa
Asinari di Grésy, Lorenzo Borletti, Lorena Camerini
Montruglio, Giordano Emo Capodilista, Giulio da Schio, Paolo Marzotto e
Tommaso Piovene Porto Godi. E tra un conte di qua, e un marchese di là,
abbiamo attraversato con noia democratica una mattinata di cortesi
interventi di circostanza. Noblesse oblige, mica eravamo a convegno per discutere sulle percentuali di Sangiovese nel Brunello di Montalcino.

Ora, che non si legga in queste mie ironie una presunta antipatia in Aristide per questi vini di taglio bordolese e da vitigni internazionali adattatisi da lungo tempo agli italici terroir. Per carità. Sono laico e democratico, mica mangio bambini e mozzo orecchie ai nobili produttori. Sulla mia tavola non ci sono embarghi a nessun nettare di Bacco, internazionale o autoctono che sia.

Sono però rimasto colpito (ancora!) dall'auto-referenzialità di questo mondo, o meglio dai mini-spot pubblicitari offertici dagli organizzatori e dai nobili interlocutori. Forse, dico forse, questo format di "dibattito" non è il miglior modo per passare le mattinate del sabato.

Nel 2005, un maggiormente ottimista Aristide dimenticava un punto interrogativo al termine del titolo del post "Bordolesi d'Italia: l'ora del cambiamento". Ricordando le parole di Attilio Scienza:

"Non esiste conflitto tra la massima espressione dei vitigni 'internazionali' impiantati in Italia e il nascente 'partito'
dei vitigni autoctoni. Esiste piuttosto la necessità di investire nella
ricerca e sviluppo di nuove varietà incentrate sulla ibridazione dei
vitigni di taglio 'bordolese' (Cabernet, Merlot) con vitigni 'nazionali' per sviluppare nuovi vini di carattere e stile 'italiano'
",

ho provato a tornare sull'argomento con i nobili e i cittadini presenti in sala. Sarebbe stato interessante discutere di innovazione nella ricerca di varietà ibride (da incroci tra vitigni internazionali e autoctoni) in grado di esprimere
il carattere dei terroir italici. Non è solo un tema tecnico, ma anche un'interessante prospettiva di marketing per la filiera italiana. Scrivevo nel 2005:

"Ora che abbiamo costruito
eccellenza sui mercati internazionali dove, evidentemente,
esiste una domanda alla ricerca di alternative allo stile
bordolese made in France,
(…) ora che si affacciano sul mercato i nostri pregiati autoctoni, ora
occorre introdurre nuove varietà in grado di esprimere il meglio della
scienza agronomica ed enologica italiana, unite alla nostra
intraprendenza commerciale e all'enorme disponibilità di terroir così differenti tra loro nel nostro paese
".

Alla domanda "nessuna azienda qui presente partecipa o ha avviato progetti in tal senso?" non ho ricevuto risposta. Come si dice? Un silenzio assordante.

Passiamo ai vini, e alla degustazione proposta alla stampa con il titolo: "Sangue blu, griffe, bordolesi: una degustazione storica". Sedici bottiglie da tutto lo stivale italico, una sfida principalmente tra Toscana (6) e Veneto (4), contro il "resto del mondo": Sicilia (2), Emilia Romagna, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Alto Adige e Trentino. Com'è andata? Secondo le opinabilissime preferenze di Aristide, 2-1 per il Veneto vs. Toscana. Ma c'è il "terzo incomodo", sorprendentemente dall'Alto Adige, che sbaraglia il campo. Ecco le mie impressioni, premettendo che soprattutto i bordolesi toscani hanno risentito dei limiti di estrema gioventù delle annate presentate (2005 e 2004) e di stili di vinificazione probabilmente maggiormente orientati al lungo invecchiamento. Ancora una volta, vini in massima parte non pronti…

  • Marchesi de Frescobaldi, Mormoreto Toscana IGT 2001
    Mormoreto è un cru particolare dei 25 ha. del vigneto Castello di Nipozzano. La resa dichiarata è molto bassa, 35 Hl/ha, per uve selezionate al 60% Cabernet Sauvignon, 25% Merlot, 15% Cabernet Franc. Si è presentato ancora potente, ma, nonostante i 24 mesi trascorsi in barrique francesi nuove, si trattiene in eleganza a causa dei tannini ancora esuberanti. Col suo cibo di territorio, come quasi tutti i buoni vini toscani, sarà senz'altro meglio godibile che degustato con i grissini qui disponibili. In enoteca a €50-60.
  • Piovene Porto Godi, Polveriera Rosso Veneto IGT 2007
    Blend di Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, è il vino rosso base dell'azienda di Toara di Villaga (VI), tutto lavorato in acciaio, interessante, concentrato e potente, ma ugualmente molto elegante, e, cosa che non guasterà, finalmente di pronta beva. Strepitoso il rapporto qualità/prezzo: in enoteca a €7,50-8,00.
  • Conte Emo Capodilista – La Montecchia, Irenèo Cabernet Sauvignon Colli Euganei DOC 2005
    Cabernet Sauvignon 90%, 7% Merlot, 3% Carmenere. Alto indice di bevibilità, ed è pure un vino assai elegante, senza quei tipici sentori verdi della varietà. Complimenti. In enoteca, purtroppo, non si sà che prezzo abbia…
  • Tenuta Manincor, Cassiano Vigneto delle Dolimiti IGT 2005
    Il "terzo incomodo": non mi sarei aspettato una tale sorpresa. Un vino di qualità, certo, ma addirittura il migliore del panel proposto, questo poi no. Meglio così. Non si finisce mai di imparare. Blend di Merlot, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, oltre ad altre varietà (Syrah, Tempranillo, Petit Verdot) non dichiarate nella degustazione e nemmeno nel catalogo ufficiale, ma rilevabili dal sito aziendale. Siamo così di fronte a un bordolese "liberamente interpretato", balsamico, con un nerbo e un fondo di frutti rossi che ricorda alla lontana certi Pinot Nero alto-atesini. Qui i lieviti usati sono rigorosamente indigeni, zero-barrique, solo botti grandi. Molto fresco, equilibrato, elegante, bevibile. Dalla prossima annata 2006 le uve del Cassiano beneficeranno della conversione in biodinamica dei vigneti interessati. In enoteca a €18-20. Complimenti.