hugh_johnson_a_life_uncorkedRiflessioni per un week-end estivo. Se per Aristide il sistema degli score del vino è morto, per il signore ritratto qui a fianco, Hugh Johnson (celebre scrittore di vino britannico), non è nemmeno mai nato: “La debolezza di questi sistemi (gli score, ndr.) è che sono basati sul «degustare», piuttosto che sul «bere». Non ricordo quale vignaiolo mi disse «faccio i miei vini per essere bevuti con il cibo, non per essere bevuti con altri vini», ma il problema è al cuore di tutti i sistemi di giudizio basati sugli score. Per i wine-lover (e io sono uno di loro) il contesto è… beh, forse non è tutto, ma è almeno metà del piacere – e conseguentemente anche del mio giudizio sul vino. Chi può essere in grado di dirci quanto buono sia un vino e come, solo nel confronto con altri vini, si comporterà da solo a tavola con il cibo? Più categorico sarà il giudizio, più profonda sarà la trappola“.

Hugh Johnson 1L’occasione per buttare un po’ di legna sul fuoco della discussione aperta con il post “Score del vino, è ora di cambiare“, me la fornisce la lettura di un libro di Hugh Johnson non ancora tradotto e pubblicato in Italia – “A Life Uncorked” (Una vita stappata), edito da University of California Press – che ho avuto la fortuna di comprare recentemente nello splendido bookstore del campus della Stanford University.
Vale la pena ricordare come Hugh Johnson (a destra, in un’immagine recente tratta da Decanter.com) abbia sempre rifiutato la definizione di “wine critic“, “critico del vino”, definendosi nel tempo “commentatore”, “un dilettante diligente”, un “vulgarisateur” inteso come “divulgatore”. Non credo si tratti del tipico understatement britannico, quanto di un sereno approccio edonistico al vino.

Le sue opinioni sui sistemi di score del vino si trovano nel capitolo dove parla di Robert Parker (pagg.40-45), verso il quale nutre profondo rispetto ma non risparmia critiche, non tanto al metodo Parker, quanto all’intero impianto dei sistemi di score:

Hugh Johnson 3Nutro molti dubbi nell’esprimere giudizi basati su score numerici… per me, il collegamento tra il colore di un vino e un numero è semplicemente incomprensibile. Se il colore di un vino non va bene, non gli darò alcun punto, ma se il colore fosse un po’ più scuro (entro un limite accettabile) ciò significa più o meno punti? E perché? (…) L’apparente certezza fornita dai numeri, ricordate, è stata usata per comparare e misurare il particolare piacere dato da un vino con il differente piacere datone da un altro. Perché il vino produce di queste reazioni? Esiste la convenzione di classificare in “stelle” i ristoranti, ma chi mai penserebbe di classificare Manet e Monet, o Hemingway e Fitzgerald, o Aida e Lohengrin? Ci riempiono di voti dei ristoranti. Quella sera hanno bevuto Volnay o Pommard? Lo Stag’s Leap o l’Araujo? Il consenso si forma facilmente tra gli amici che apprezzano cose simili (e di solito si conforma seguendo il più convincente degli esperti al tavolo). Ma chi di voi l’indomani andrebbe a scrivere che un vino valeva 88 e l’altro 90?

“Ancor peggio, gli score hanno reinventato la figura dei wine snob, con una forza più potente. Un wine snob era colui che pensava di saperne molto più di voi sul vino e trovava il modo di enfatizzarlo. Era anche, in senso lato, un esperto noioso di vino. La vostra difesa non era difficile, bastava ricordargli che alla fine era questione di gusti. Introdotta l’illusione dei valori assoluti, i vostri gusti sono dovuti cambiare. La scena é un’enoteca. Cliente: «Temo di non aver notato quel Cabernet che mi avete venduto». Venditore: «Parker gli ha dato un 90». Cliente: «Allora ne compro una dozzina».

Per finire, l’ultima bordata:

“Ecco un altro assioma di vignaiolo: «Lafite fa il miglior Lafite e Latour il miglior Latour». Se state cercando il gusto di uno, non lo troverete nell’altro. Sono un relativista. Lo ammetto. Ricerco le virtù proprie di ciascun vino e le godo per come le trovo. Sono pure un umanista: quando un produttore rivela la sua personalità nei suoi vini, é la vita che si arricchisce di un nuovo elemento di conoscenza. Trovo che i giudizi fondamentalisti siano pericolosi e fuorvianti”.