Appello-petizione di Porthos sull'identità del vino minacciata
Il magazine Porthos lancia un appello-petizione "In Difesa dell'Identità del Vino Italiano" ideato da Marco Arturi e Sandro Sangiorgi. Lo scenario nel quale si innesta questa iniziativa é quello dei recenti fatti di "presunta violazione del disciplinare del Brunello di Montalcino (...) l'ennesimo attacco nei confronti della tipicità e della storia dei vini italiani (...) A sferrare l'offensiva sono stati i teorici dell'omologazione, del liberismo selvaggio applicato al settore vitivinicolo, di quella malintesa modernità che vorrebbe qualsiasi prodotto enologico conforme ai canoni della richiesta di mercato".
Fosse solo per l'incipit di questo appello, Aristide avrebbe già cambiato pagina. Non considero il liberismo sempre "selvaggio", mentre l'etica collettiva imposta dall'alto ha già dimostrato i suoi effetti nella realtà fallendo in pieno, come ho constatato nel mio ultimo viaggio in Ungheria.
Ma ho deciso ugualmente di firmare l'appello, perché credo sia opportuno parlare di questi temi. Mi interessa il dibattito e vi invito a fare altrettanto, firmando qui.
Il mondo del vino non ha bisogno di dictat integralisti. Bisogna prendere atto serenamente che é ormai impossibile conciliare due visioni diversissime: il vino di terroir e il vino di volume. Qualità e Quantità non vanno d'accordo nel vino. Allo stesso tempo ci sono pessimi vini di terroir e ci sono ottimi vini di volume. I mercati che richiedono questi vini sono diversissimi: i vini di volume sono inevitabilmente condannati a "muoversi verso" il mercato, spesso cambiando la propria natura per intercettare consumatori volubili, ignoranti o alle prime fasi della conoscenza del vino, o disinteressati del tutto a ciò che bevono purchè costi poco; i vini di terroir sono invece ancorati al suolo, sono i mercati che devono "muoversi verso" di loro, sono i consumatori più evoluti che devono poterli trovare, conoscere e consumare.
Le esigenze produttive per realizzare modelli di vini così diversi sono enormemente distanti. Un disciplinare pensato per la qualità rarissimamente è funzionale al volume. Un disciplinare scritto da un consorzio di centinaia di produttori e ratificato dallo Stato sarà sempre somigliante a un cammello, ovvero a un cavallo disegnato da un comitato. Troppi compromessi, troppo realismo, troppi interessi, troppe visioni differenti. E, inevitabilmente, i meglio organizzati ed economicamente rilevanti hanno la meglio sui disorganizzati, litigiosi, idealisti vignaioli italiani.
Certo, Aristide beve di preferenza i vini di quest'ultimi, da tempo non compra vino in un ipermercato della cosiddetta GDO (Grande Distribuzione Organizzata). Ma Aristide non è né cieco né sordo: finché si continuerà a produrre troppo vino in Italia (solo il 20% del vino prodotto è considerato di "qualità" perché iscritto a una DOC/DOCG), e considerando che i consumi interni continuano a scendere (45 litri pro capite), il vino di volume in eccesso va comunque esportato e va venduto a prezzi competitivi. Non ci sono alternative.
Sono romanticamente vicino alla petizione di Arturi e Sangiorgi, la condivido nella sostanza, ma temo che estremizzare i toni oggi non serva. Tanto ci penserà il mercato, molto presto, a operare la selezione tra i produttori. E nemmeno serve mettere all'indice i presunti "cattivi", ovvero i "teorici dell'omologazione", ecc. Occorre un nemico per nascondere i propri limiti nell'interpretare modernamente le sfide di un mercato che sta cambiando in profondità? Possibile che tradizione e innovazione non possano evolvere insieme? E le risposte "integraliste" non sono soluzioni-vecchie per problemi-nuovi?
I vignaioli indipendenti devono correre ai ripari, non possono assistere inerti a questa lenta agonia. Sono certo di due cose: qualsiasi decisione e intervento verrà decisa da Stato (Ministero delle Politiche Agricole), Consorzi, corporazioni produttive e grandi aziende, sarà 1) in ritardo e 2) sulle loro teste.
Cosa fare nel frattempo? Aggregarsi e costituire marchi di territorio, attrezzarsi per scovare e attirare a sé i consumatori interessati a un'offerta di vino di qualità ma scarsamente disponibile, adottare le nuove tecnologie per avviare quel processo di dis-intermediazione tra produttore e consumatore finale indispensabile al sostegno dei prezzi e alla redditività delle proprie aziende agricole.
E portate pazienza se tutto ciò si chiama "marketing"... un giorno potrete sempre chiamarlo "selvaggio"...
Aristide richiama il greco aristos (ottimo, eccellente).








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E' una analisi interessante, Giampiero, complimenti. Sono alquanto colpito dal passaggio dove qualifichi ignoranti i consumatori acritici, entry-level; conoscendoti, direi che non c'e' alcun intento malevolo nell'uso del termine, anzi, onestamente e' inutile girare attorno con le cirlocuzioni, tantovale dire cosi'. Pure io ho firmato, come te, perche' le mie vedute coincidono in larga misura con l'assunto porthosiano, ma trovo che i tuoi distinguo arricchiscano la "conversazione", come dicono spesso i geek. Quanto agli aspetti da dirigismo post socialismo reale, mi sentirei di rassicurarti, semplicemente io credo che qualche regoletta si possa pure porre. Tra un piano quinquennale e l'altro.
Scritto da: Fiorenzo | 06/06/08 a 18:39
Grazie Fiorenzo. Hai colto bene lo spirito: intendo "ignoranti" così come il sottoscritto è ignorante in fatto di, chessò, nautica o filatelia.
Quanto al liberismo, non voglio deviare la discussione su questo. Dico solo che i migliori casi di funzionamento dei mercato li abbiamo sotto la vigilanza di Stati forti, nel senso della capacità di emanare regolamentazioni chiare e applicabili, con controllori dotati di poteri ampi (le Anti-Trust anglossasoni, per esempio). Insomma, il gioco sia libero, ma l'arbitro sia dotato di mezzi.
Per questo, passando al vino, è da tempo che richiedo che i produttori piccoli si riuniscano in gruppi organizzati su disciplinari più stringenti e selettivi di quelli previsti dalle rispettive DOC.
Scritto da: Giampiero alias Aristide | 06/06/08 a 20:08
Una lucida analisi.
Non sono però d'accordo sul passo "Tanto ci penserà il mercato, molto presto, a operare la selezione tra i produttori".
L'andamento del mercato, e quindi il gusto dominante in un certo periodo, è sempre la risultante di scelte economiche e politiche che influenzano i consumatori, insieme alle influenze giornalistiche e di marketing aziendali. Soprattutto in agricoltura le scelte politiche (non a caso all'università si insegna la materia "Economia e Politica Agraria") sono importantissime ed hanno fatto nella storia le differenze. Ripeto: una politica agraria invece di un'altra che indirizza i flussi finanziari e le impostazioni etiche, può fare la differenza nel mercato vitivinicolo ed enologico. Lo scontro frontale tra vini di territorio, espressione di un paesaggio, di una cultura e di una tradizione, e vini di volume che devono competere con il miglior rapporto qualità prezzo non è e non sarà condizionato solo dal “libero mercato”.
Scritto da: Paolo Cianferoni | 07/06/08 a 11:30
Assolutamente d'accordo con la tua analisi, e infatti anch'io ho firmato.
Oserei però anche un'altra riflessione, di carattere, se vuoi, ontologico (= che tocca l'essenza delle cose); credo che in questo momento il mondo del vino italiano di tutto abbia bisogno fuorchè di arroccamenti oltranzisti e manichei, incapaci di dialogare .
Di qua i buoni, i giusti, gli equo-solidali, di là i cattivi, gli speculatori, gli inquinatori.
Grande è cattivo e piccolo è buono.
No. La realtà è molto più sfumata. Come dici tu, c'è del buono e del cattivo in entrambe le parti. Tutto dipende dalla scelta del consumatore, la quale, a sua volta, dipende dal suo (personale) grado di acculturazione. Sul cui processo molto possono fare persone come noi, che per mestiere informiamo/comunichiamo.
E' giusto perciò lanciare un appello contro un certo andazzo omologante nel fare il vino, a scapito dell'originalità di tanti (territori e/o produttori). L'importante però è che sia occasione di un dibattito, di un generale chiarimento di idee, di una presa di coscienza che si perseguono obiettivi diversi e ci si rivolge a mercati diversi, e non di un processo o di un giudizio etico nei confronti di chi, per convenienza o anche solo ignoranza, fa scelte diverse da quelle che faremmo/facciamo noi.
Scritto da: Lizzy | 07/06/08 a 11:58
I fautori dell'apprezzamento ad oltranza della "varietà", delle specificità, delle peculiarità locali sono gli stessi che sostengono i prodotti di "filiera a chilometri zero". Mi sfugge come sia possibile apprezzare la varietà stando fisicamente fermi ovvero lasciando fisicamente fermi i prodotti (fermi cioé sia Maometto sia la montagna").
Scritto da: Stefano Frega | 07/06/08 a 12:36
@Stefano, personalmente è una cosa che interpreto così: piuttosto che far "viaggiare" il Picolit, vado a cercarmelo io in Friuli. In alternativa, bevo Recioto (della Valpolicella)!
:-)
L.
Scritto da: Lizzy | 07/06/08 a 13:33
Mi fa piacere vedere che la pensi cosi' Aristide, e peraltro conoscendoti non ne sono sorpreso. Sono pero' talmente stufo di arrocamenti su posizioni ideologiche sul vino che mai potrei firmare quella petizione.
Se vogliamo rivoluzionare in positivo il mondo del vino sono altri i tasti da toccare. La liberta' di mercato non e' sostenuta da assenza di regole, semmai e' il contrario visto che il mercato si fonda su regole condivise e certe. Il problema italiano, ma non solo, e' che l'agricoltura e' sempre considerata come qualcosa che deve sfuggire alle regole di mercato, con distorsioni che finiscono per creare quei fenomeni che osserviamo.
Il discorso sarebbe lungo, ma approvo quello che dici tu, regole chiare e arbitri severi, solo cosi' il gioco puo' essere pulito.
Quanto al piccolo e' bello e puro, e grande e' cattivo e corrotto, non sono mai stato incline alle semplificazioni, tantomeno ideologiche, e preferisco un vino industriale buono ad un vino eticamente irreprensibile ma cattivo.
Scritto da: gianpaolo | 07/06/08 a 14:47
E' interessante notare come in questo post e nei suoi commenti vi sia a mio parere una visione molto dettagliata di quello che è il mercato del vino oggi. Conoscendo Giampiero capisco il suo disappunto leggendo l'inizio della petizione, perchè la tecnologia è comunque conoscenza, e credo sia sbagliato a priori prendere le distanze da ciò che l'ingegno umano è risciuto a capire di questo "prodotto". La tecnologia ha fatto sì che i vini di oggi non siano più obbligatoriamente a "km zero", e quindi sia diventato naturale per il consumatore poter scegliere fra tutti i prodotti del mondo e non solo quelli del proprio territorio. Condivido quindi le conlcusioni di Aristide circa la necessità di far emergere un'immagine condivisa e aggregata. L'altro ambito è la politica agraria, e qui sono d'accordo con Paolo, un mercato non è mai libero fino in fondo, la politica può condizionarlo, anche se oggi viviamo in un mondo nel quale il mercato viaggia a velocità di diversi ordini di grandezza superiori a quelli della politica... Tutto questo per dirvi che come piccolissimo produttore credo nel mio lavoro, e che la possibilità di comunicarlo possa salvarmi anche in termini imprenditoriali. Ciò che faccio non è rivolto al mercato ma al prodotto, non c'è nella mia idea produttiva l'esigenza del profitto a tutto i costi, mi basta sopravvivere, poter continuare a lavorare con serenità; credo che questo sia un obiettivo se volete scontato, ma non così semplice da mantenere negli anni a venire...
Saluti
Mirco
Scritto da: Mirco Mariotti | 07/06/08 a 14:48
Mirco, tu giustamente osservi che uno dei fatti della vita e' che il mercato non e' mai libero fino in fondo. Giusto. Ma con questa osservazione, non e' sicuramente il caso tuo, in Italia spesso si tende a nascondere il fatto che viviamo in un paese che non ha neanche cominciato a muoversi verso il libero mercato, ed infatti se ne ha paura.
E' interessante, e abbastanza italico, vedere gente che si straccia le vesti contro le derive iperliberiste in un paese che e' considerato in tutte le statistiche internazionali tra quelli dove il mercato e' meno libero e dove le rendite di posizione affossano lo sviluppo, la trasparenza, il servizio al consumatore, i diritti del cittadino e fanno dell'Italia il paese piu' fragile quando c'e' una crisi e il piu' lento quando c'e' la ripresa. Chissa che direbbe Ennio Flaiano in queste circostanze?
Scritto da: gianpaolo | 07/06/08 a 15:07
apprendo che Gianpaolo motiva la sua mancata adesione all'appello affermanando "sono pero' talmente stufo di arrocamenti su posizioni ideologiche sul vino che mai potrei firmare quella petizione". Essendo uno dei primi firmatari di quell'appello trovo scorretto e fuorviante che qualcuno cerchi di spacciare per "posizione ideologica" quella che é invece solo la sacrosanta difesa di una tipicità, di una personalità dei vini italiani contro il pesante rischio di omologazione. Se a lui le cose vanno bene così é giusto che non firmi la petizione, ma é scorretto che spacci per "ideologico" un atteggiamento, ragionato e profondamente ponderato, che di "ideologico" non ha proprio nulla
f.z.
Scritto da: Franco Ziliani | 07/06/08 a 16:27
@Lizzy
Il problema è che per andare a berti il Picolit in Friuli devi produrre gas serra, probabilmente in misura maggiore di quanto ne verrebbe prodotto per far arrivare a Verona una cassa di quel vino.
Non si scappa. Il tipicismo fondato sull'ecologismo o è insularità o non è. Ovvero, è una contraddizione pragmatica.
Scritto da: Stefano Frega | 07/06/08 a 17:41
A me le cose non vanno bene cosi', caro Ziliani, lo dico, l'ho detto, e lo ridiro'. Firmare e sentirsi buoni e corretti sarebbe facile,e d'altra parte scorrendo le varie firme se ne trovano di firmatari che stanno alla petizione come il KKK sta ad Obama. Non e' il caso di Ziliani, che certe cose le dice e le ha sempre dette, ma c'e' sicuramente chi predica bene e razzola male. Chi vuole vederlo lo vede.
Firmare per l'identita' del vino italiano e' un po' come firmare per la pace nel mondo, si rischia poco e si fa bella figura, poi bisogna vedere che si intende per "identita' del vino italiano". Si intendono tra questi anche vini acidi, senza corpo e imbevibili e invendibili come molti degli anni '70? Significa che i vini italiani devono essere fatti tutti con i vitigni autoctoni, magari bandendo il Sassicaia o il Cabernet dal Carmignano? Significa che tutti i vini devono essere biodinamici e senza zolfo? Significa che chi fa vino lo deve fare, non per guadagnare da vivere, come e' normale per qualunque architetto, commercialista, concessonario di auto, elettricista,e persino giornalista, ma per una superiore missione di vita e di cultura?
Oppure significa che il Brunello deve essere solo Sangiovese? Allora firmo anche io. Pero' firmo anche la possibilita' di lasciare a chi e' capace di provare il suo valore, anche se non ha mezzo milione di euro per acquistare un ettaro di diritti di reimpianto di Brunello. Firmo perche' se uno rispetta rigorosamente il disciplinare possa produrre Brunello, anche se il papa' non ha il doppio cognome oppure se non ha la fabrichetta in Brianza. Firmo per abolire il miliardo di euro all'anno dato in sovvenzione alla viticoltura europea, di cui la meta' va ai vigneti che producono merda. Firmo contro i sindacati agricoli, occupati solo di proteggere chi e' incapace, di parlare a vanvera di km zero e di autoperpetuarsi sfruttando tra l'altro chi vi lavora. Firmo contro i Consorzi comandati dai grandi potentati del vino che pretendo di controllare i piccoli produttori e che alla luce dei fatti, quando qualche magagna viene fuori si scopre che non controllano un cavolo.
Pero' tutte queste cose me le firmo da solo, ci scommetto, perche' fanno poco chic, non attirano simpatie e sono anche difficili a spiegare. Continuiamo cosi'...ecc.ecc.
Scritto da: gianpaolo | 07/06/08 a 21:15
Mi permetto di intervenire unicamente per fornire alcune precisazioni che mi paiono necessarie e doverose:
1)Signor Nadali, se avessi pensato che il liberismo è sempre selvaggio non avrei fatto ricorso all'aggetivo, non le sembra? E' un po' come se avessi scritto "quello è un uomo cattivo" e lei fosse intervenuto precisando "per me non tutti gli uomini sono cattivi". Aggiungo che, anche se tra i primi firmatari del documento figurano persone che non hanno problema a definirsi comuniste (io sono uno di loro), non risulta che nessuna di queste persone abbia mai avuto nulla a che fare con regimi totalitari o roba del genere, né tantomeno che qualcuno di loro si proponga di "imporre dall'alto" alcuna "etica collettiva"; al limite queste cose potrebbe addebitarle a un soggetto come il signor Rivella, che l'altro ieri ha avuto il coraggio di affermare - lui sì, dall'alto - che i vini totalmente conformi ai disciplinari "sono i peggiori". Questa è arroganza, questo si chiama chiudere le porte al dialogo costruttivo e al confronto tra idee differenti. Vale a dire il contrario di ciò che abbiamo in animo di fare noi. Insieme, mi permetto di farle notare, a quei vignaioli "idealisti e disorganizzati" che per una volta, per la prima volta, sono tutti riuniti al di là delle rispettive soggettività e dei particolarismi.
Per il resto mi permetto di far notare che, a cominciare dai distingo di chi - come il signor Gianpaolo in questa discussione - non è legittimamente d'accordo su tutto, il nostro appello risulta già ora di stimolo a discussioni serie e a mio avviso utili, proprio come quella che state conducendo voi. Proprio al contrario delle "prescrizioni inderogabili" che ci regalano sempre più spesso i signori dell'establishment.
Scritto da: marco arturi | 07/06/08 a 22:43
Signor Arturi, grazie per l'attenzione riservata alle parole di Aristide. Quello che non mi piace del vostro appello è la dichiarata lettura di una realtà complessa e dinamica con occhiali un po' antiquati: usare certi cliché, certe espressioni, che sembrano tirate fuori da certi manuali della propaganda... insomma mi sembra inutile e non necessario per due motivi: non aiuta a trovare soluzioni efficaci; tende a dividere piuttosto che unire.
In ogni caso, lo ribadisco, concordo con le valutazioni sulle questioni di fondo che ispirano il vostro appello, e sono felice di poter contribuire non solo con una firma, ma ospitando un pezzetto di dibattito pure su questo blog.
L'importante è parlarne, civilmente e pacatamente, com'é d'uso almeno in questo blog, dando il benvenuto alle idee diverse.
Scritto da: Giampiero alias Aristide | 08/06/08 a 11:04
"Anche se tra i primi firmatari del documento figurano persone che non hanno problema a definirsi comuniste (io sono uno di loro), non risulta che nessuna di queste persone abbia mai avuto nulla a che fare con regimi totalitari o roba del genere..."
Vi prego, confortatemi: ditemi che è ancora possibile discutere di argomenti come questo senza buttarla in politica.
Personalmente, non vado a chiedere chi o cosa vota una persona quando ne condivido un'idea.
O adesso le idee sono più o meno valide e /o condivisibili solo in base al loro colore politico?
Inviterei perciò tutti a riprendere il filo del ragionamento proposto da Aristide: vini di volume e vini di territorio. Una distinzione - non necessariamente una contrapposizione - che persegue finalità e mercati diversi.
Due mondi che devono imparare a convivere anche dandosi regole diverse.
L'importante è che la scelta di campo, quando c'è, sia chiara e inequivocabile per tutti.
Consumatori in primis.
Scritto da: Lizzy | 08/06/08 a 14:19
@Aristide, il mio personale punto di vista è qui:
http://undiwine.typepad.com/soavemente/2008/06/lappello-di-por.html
Aggiungo, dopo la lettura dei vari interventi, che son d'accordo con le osservazioni di Paolo CIanferoni, anche se non parlerei di "scontro" ( e in questo concordo con Lizzy). Non soltanto i modelli economici, di politica agraria, ma anche i modelli di ricerca in viticoltura condizioneranno il futuro. Di quali modelli di ricerca tecnica ed economica ci serviremo nei prossimi anni? Tutti ne saranno bene o male condizionati: i piccoli produttori e quelli "di volume", o no? Invito a firmare l'appello, of course!
Saluti.
MG
Scritto da: M.Grazia | 09/06/08 a 23:12