Philip_james
New York, 419 Lafayette Street. Siamo al centro della zona universitaria, tra il Greenwich Village e l’East Village. Intorno, gli edifici della New York University. Al 419 sorge un palazzo di una decina di piani. E’ una sorta di incubatore di piccole aziende, circa 6 o 7 a piano, con segreteria e saletta riunioni condivisa. Mentre aspetto, intravedo un meeting nella saletta a fianco. I grafici di flusso sulla lavagna a secco sono tipici dell’ingegneria software.

Pochi minuti di attesa ed ecco Philip James (foto a fianco), CEO di Snooth. Poco più che trentenne, Philip James è un cittadino britannico trasferitosi a New York dopo gli studi. Esperienze nella finanza e nel venture capital, ed ecco che a New York scopre il mondo del vino, ricoprendo per quasi due anni il ruolo di
Executive Vice President per The Wine Messenger, un rivenditore online di vino. Nel novembre 2006 fonda Snooth, che definisce, con poco understatement britannico, come la "revolutionary web-based social shopping experience" (l’esperienza rivoluzionaria di shopping sociale basata sul web).

Shopping sociale non significa una sorta di accesso politico alle compere. E’ semplicemente l’accezione secondo la quale si identifica l’accesso a informazioni liberamente scambiate all’interno di reti di relazioni tra individui o gruppi di essi [alias: social networks].

James ammette che dietro a Snooth risiede un’idea con solide basi nel mondo della tecnologia dei software per database informatici. Il loro obiettivo è quello di rendere disponibili al pubblico il maggior numero possibile di informazioni sui singoli vini, aggregando cataloghi di commercianti con recensioni inserite direttamente dai frequentatori del sito. Il tutto serve a supportare decisioni di acquisto da parte dei consumatori finali, consentendo a Snooth di generare vendite online in sinergia con i commercianti partner.

Snooth è diventata una società operativa nel giugno 2007, quando James ha raccolto i primi 300 mila dollari per avviare le attività insieme ad altri due collaboratori. Lo scorso novembre ha raccolto un altro milione di dollari dagli investitori iniziali e da business angels internazionali, portando la squadra di Snooth a 7 persone più cinque collaboratori esterni.

I nuovi fondi hanno portato Snooth a crescere in quella massa critica di informazioni necessaria ad attrarre sempre più clienti finali, appassionati, commercianti, nuovi partner. Ai primi di gennaio, momento dell’incontro di Aristide con Philip James, Snooth raccoglie informazioni su circa 35.000 cantine (americane e internazionali) per 320.000 vini (declinati per le varie annate disponibili). Le recensioni inserite sono circa 2 milioni, generate da circa 300.000 visitatori unici al mese, la metà proveniente dagli USA.

Su questa prima massa di etichette disponibili, Snooth ha cominciato a fatturare i primi dollari sui vini venduti lo scorso dicembre. Il profitto è ancora lontano, secondo Philip James, il quale prevede nel suo business plan di essere profittevole nella seconda metà del 2009.

Tra un caffè (americano) e l’altro, James mi spiega che la cosa più complessa, in questa fase, è la "normalizzazione" del database di Snooth. "Normalizzare" in questo caso significa ottimizzare i dati: curare l’eliminazione dei doppioni e delle denominazioni delle etichette imprecise (in assoluto, dice James, la cosa più laboriosa da farsi), la messa a punto di tags (parole chiave) per facilitare la ricerca delle etichette, ecc.

Gli chiedo se ritiene Snooth possa essere considerato coerente con la filosofia economica della "Coda Lunga" ("The Long Tail", dal libro di Chris Anderson, capo-redattore della rivista WIRED [blog: The Long Tail]). Sorride, sorpreso: "Si, è proprio quello che abbiamo in mente di realizzare per il mondo del vino, ed è proprio ciò che hanno realizzato aziende come Amazon.com per i libri, o i servizi iTunes e Rhapsody per la musica". Secondo questa affascinante teoria, il presente e il futuro dell’economia digitale sarà incentrato sulla capacità di vendere non solo i beni di maggiore successo (gli hits, i prodotti al top della curva della domanda), ma soprattutto i beni considerati marginali, quelli della infinita parte terminale della medesima curva. La coda lunga della curva della domanda, appunto. Cosa altro sono Amazon o iTunes se non dei giganteschi database di prodotti disponibili su Internet, in grado di venderti le hits del momento, ma soprattutto di farti trovare, valutare, confrontare, e soprattutto comprare, prodotti assolutamente marginali, che venderanno anche 10 copie all’anno. Ma quando ne hai a migliaia che vendono anche solo 10 copie…

Il mercato del vino sembra essere quasi-perfetto come nuovo caso da "coda lunga": enorme numero di etichette, con prodotti di marca affiancati da vini-commodities e vini di vignerons ad affollare la coda lunga della curva della domanda, in una sequela interminabile di segmenti e nicchie di mercato. Obiezione facile: la bottiglia non è digitalizzabile per essere distribuita online e scaricata dal vostro computer. Risponde James: "E’ per questo motivo che coinvolgiamo partner commerciali distribuiti geograficamente: saranno loro a gestire la parte logistica del business, a consegnare fisicamente la bottiglia al cliente finale".

E i concorrenti? "Ne abbiamo censiti circa 150 sul mercato, ma soltanto 4 meritano di essere considerati nostri diretti competitori: Wine-Searcher.com, CellarTracker, Wine Library, Cork’d".

Cento minuti di conversazione, non posso più trattenere Philip James. Pure lui mi ha fatto molte domande sui vini italiani, e il mercato, e su alcune opportunità di collaborazione interessanti. Mentre ci salutiamo, sulla porta del 419, adocchio già il 399 di Lafayette Street, sede della Astor Wines & Spirits. L’Ambasciatore Terry Hughes mi dice che sia uno dei wine retailers più interessanti della città. Un immediato sopralluogo lo confermerà.