Week-end agro-dolce, a Verona, in compagnia degli intervenuti al seminario "La Conoscenza non ha confini" organizzato da VinNatur, l'associazione di produttori ispirati alla biodinamica, guidata da Angiolino Maule.

Altri amici hanno diffusamente parlato di quanto presentato dai relatori (selezionati da Pierre Paillard – divulgatore francese, e Maule) ad un folto pubblico principalmente costituito da vignaioli: per chi non l'avesse fatto, leggete i report di Angelo Peretti [InternetGourmet, "L’equilibrio e il cristallo e il vino"] ed Elisabetta Tosi [blog: VinoPigro, "Cristallizzazione sensibile (e altre avventure biodinamiche)"]. Come si può intuire dai titoli dei due post, la "cristallizzazione sensibile" è stato l'argomento che più ha colpito l'attenzione. Si tratta di una tecnica diagnostica per misurare la vitalità (o forza vitale) di un composto organico: campioni di vino, suolo, uva, foglie di vite, ecc. (qui i dettagli). In pratica, una soluzione di Cloruro di Rame miscelato ad acqua ed alla sostanza in esame, viene lasciato evaporare per giorni in un contenitore di vetro ("scatola di Petri"). Otterrete delle suggestive cristallizzazioni, che opportunamente interpretate vi daranno preziose informazioni sullo "stato vitale" della sostanza analizzata. O, almeno, così sembra.

Ebbene, lo ammetto sono fortemente scettico circa questa controversa quanto affascinante tecnica diagnostica. Ad Aristide sembra che i propugnatori del "credo" biodinamico di tutto abbiano bisogno, fuorchè di argomentazioni pseudo-scientifiche a sostegno della loro visione. Di fronte alla meraviglia delle immagini delle "cristalizzazioni variamente sensibili", mi chiedo quale utilità abbiano queste tecniche "alternative" di diagnosi. A parte il costo, in effetti molto contenuto, su tutto il resto dobbiamo fidarci dell'esperienza di Christian Marcel, il relatore francese del seminario. Fidarci, appunto. Come dovreste fidarvi di chi leggesse i tarocchi, o le carte, per diagnosticarvi lo stato di salute. Liberi di fidarvi, ovviamente. Ma teniamo presente che di "questione di fede" si tratta.

Con queste considerazioni per la testa, ci siamo consolati con alcuni amici durante una buona cena a base di vini biodinamici, chez Madame Susanna Tezzon al "Giardino delle Esperidi" di Bardolino, tempio  dell'autentica sacerdotessa dei vini biodinamici, da ben prima che la semplice nozione di questi arrivasse nel Belpaese. Dalla teoria alla pratica, dunque, senza indugi e senza pruderie, nella migliore palestra disponibile nei dintorni. Perchè il vino è fatto così: ti possono raccontare quello che vogliono, ma c'è una "scienza" infallibile che va d'accordo con credenze millenarie, ed è la "scienza del bicchiere vuoto", parametro assoluto della qualità di un vino.

E a riscattare la delusione dei panegirici degli officianti del rito biodinamico, ecco un vino della specie, il Serragghia Bianco Zibibbo Sicilia IGT 2006 di Gabrio Bini – az. agr. Giotto Bini [distribuito nella linea «Triple "A"» di Velier, qui la scheda], che mi ha folgorato per due sostanziali e prosaici motivi:

  1. mai assaggiato uno Zibibbo (Moscato di Alessandria) così secco e particolare, prodotto da uve "assolutamente autoctone" (cioè effettivamente raccolte sull'isola di Pantelleria…) e vinificato in anfore a cielo aperto, per un risultato finale di 1.500 bottiglie;
  2. il Serragghia di Gabrio Bini – architetto milanese affetto da questo grave virus della passione per il vino e, quindi, fattosi vignaiolo in Pantelleria – buca l'attenzione anche per la sua retro-etichetta, offuscando persino l'evidente etichetta frontale. Eccola:

Retroetichettabianco

I lettori di questo blog ricorderanno che Aristide ha già trattato in passato il tema della maggiore trasparenza delle etichette dei vini (qui un post del 2006). In questo caso, Gabrio Bini supera la mia immaginazione e, soprattutto, le tesi di chi sostiene che certe informazioni nelle retro-etichette non si possono mettere per motivi di spazio, che occorrerebbe un lenzuolo non un'etichetta, che si rischia di confondere il consumatore, ecc.

Retroetichettabiancodeta_2 Provocazione? Può darsi. Ma efficace.

Primo, perchè dimostra che si può fare. Cioè, tecnicamente è possibile stampare una retro-etichetta che contenga informazioni maggiori sulla composizione del vino e sulle pratiche enologiche impiegate (in questo caso: "non" impiegate). Secondo, perchè rappresenta un potenziale modello da imitare. Informa il consumatore con maggiori dettagli. Terzo, consente di variare le informazioni in base all'esito dell'annata (SI-NO), educando il consumatore a "tollerare" (fatemi dire così) l'impiego di certe pratiche in annate sfavorevoli. Ed esalta le annate buone.

Gabrio Bini assicura di aver fatto le cose secondo i termini di legge. Complimenti all'architetto e, non tralascerei, al vignaiolo.

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Le due retro-etichette qui riprodotte sono state fornite dallo stesso produttore. Il dettaglio ingrandito della seconda immagine è stato elaborato da Aristide.