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E’ in atto un confronto-scontro tra conservatori e innovatori nel mondo del vino? Questa domanda sorge spontanea dalla lettura di alcuni comunicati stampa diffusi sulla rete. Dicono che un importante gruppo di "imprenditori, enologi, agronomi e giornalisti" si sia riunito ieri, 9 maggio, a Roma per presentare un "appello" che stuzzica l’interesse di Aristide (più sotto potete leggerne il testo). Questo l’impegnativo titolo dell’appello in questione: "Vino, mercato ed enologia nel terzo millennio".

Purtroppo non mi è stato possibile seguire l’evento se non a grande distanza, attraverso le cronache riportate attraverso i comunicati stampa ufficiali. Secondo queste, il gruppo dei proponenti l’appello si schierebbe a favore di "tradizione e storia, ma senza ignorare i progressi della scienza e le sollecitazioni del mercato".

Su un altro fronte assistiamo alla querelle intorno alla prossima OCM-Vino (Organizzazione Comune del Mercato del Vino). E’ una nuova versione delle regole varate nel 2000, destinate a disciplinare il settore; il
2007 lo passeremo ad assistere alle discussioni e, speriamo, all’approvazione della nuova
normativa, che entrerà in vigore nel 2008. In una delle ultime puntate, abbiamo visto come protagonisti gli enologi italiani dell’Assoenologi, riunitisi in crociera-congresso qualche giorno fa (qui il report della discussione sull’OCM-Vino su VinoPigro, di Elisabetta Tosi alias Lizzy).

Lo scenario non è dei migliori. Mentre il mercato internazionale corre ed impone il tempo di severe scelte ai nostri imprenditori del vino, assistiamo ad una corsa del tipo "si-salvi-chi-può". Occorrerebbe una visione strategica sul come conciliare tradizione e qualità del vino italiano (integrata con l’offerta turistica e la valorizzazione dei territori, magari), ma i segnali della presenza di una "regia" in grado di indirizzare al meglio risorse e sforzi non ci sono. Non li mandano i politici, e nemmeno gli industriali. I consorzi di tutela lasciamoli perdere. Ci ritroviamo con la solita benemerita piccola imprenditoria del vino che, come in altri settori economici italiani, rischia e investe sul proprio (per es. territorio e qualità), ma non vede remunerati adeguatamente rischi e investimenti. E intanto, paesi assai più dinamici e organizzati come la Spagna (vedere qui su questa breve di Vino24) si organizzano ordinatamente per inserirsi nella storica competizione tra Francia e Italia.

In questo scenario arriva l’appello di cui sopra. Tocca questioni fondamentali. Investe la necessità di saper sintetizzare tradizione e modernità per creare nuove opportunità e vantaggi competitivi, dove – per una volta – sia il vino italiano a tentare di porsi come un modello di riferimento. Le innovazioni tecnologiche non vanno intese – per Aristide – come un’opportunità per ridurre i costi (e alla fine competere sul terreno imposto dai concorrenti), deprimendo la qualità della materia prima uva (tanto poi si recupera con le "innovazioni" in cantina!), ma per innovare tecniche e processi nell’equilibrio oggi possibile tra "naturale" e "moderno", senza ricorrere a ideologie superate o astratte filosofie irrealizzabili al di fuori di piccolissime nicchie di mercato. In questo contesto, tentare la contrapposizione tra conservatori e innovatori non ha molto senso.

Permettetemi, infine, di spiegarmi meglio recuperando dal cassetto un estratto da un post di Aristide dell’aprile 2005:

"L’eterno conflitto tra tradizione e innovazione si ripropone anche
nell’evoluzione del mercato globale del vino. In Europa i produttori
tendono a trincerarsi dietro legislazioni protezionistiche: la maggior
parte delle normative sono basate su criteri pragmatici o politici,
mentre la scienza del vino e le innovazioni tecnologiche stanno
mettendo in discussione questi impianti legislativi. (…)
Quanto tempo occorrerà perchè
produttori e legislatori si adeguino all’evidenza scientifica?

La preservazione delle tradizioni e delle pratiche storicamente
applicate nelle varie regioni è, da una parte, un’indiscutibile difesa
della propria identità. Ma le identità evolvono. Nulla impedisce ai
produttori europei di abbracciare con meno diffidenza le innovazioni
tecnologiche, cercando di fare leva sulle differenze qualitative che
terroir,
pratiche centenarie, tradizioni, e tutte le conoscenze tecniche
sedimentatesi nel tempo, ci consentono di arrivare a produrre una
fantastica varietà di tipologie di vini (basate molto spesso su vitigni
autoctoni) che nessun altro continente al mondo può sognarsi di avere.
L’identità giustamente difesa è tra l’altro fondata proprio su
innovazioni tecnologiche apportate negli ultimi 4 secoli in Europa e
concentratesi nel XX secolo: dall’abate Dom Perignon fino ai giorni
nostri, la storia dei grandi vini europei è fatta dallo studio
scientifico e dalle innovazioni tecniche introdotte, le sole che hanno
consentito di raggiungere i livelli qualitativi odierni.

Aristide poi non dimentica che questi temi riguardano soprattutto la
qualità intrinseca dei vini, oltre agli aspetti competitivi del mercato
internazionale. Aristide vuole bere sempre meglio, senza pericoli per
la salute, a prezzi concorrenziali.
Molte delle recenti innovazioni
nascondono insidie e pericoli (ma esiste un’invenzione che non ne ha?),
soprattutto nei fronti della sofisticazione del vino e
dell’appiattimento dell’offerta (…) Il fascino di questa
situazione sta nell’essere consapevoli che la sfida portata dal Nuovo
Mondo del vino costituisce una minaccia ed un’opportunità allo stesso
tempo. Ancorarsi alla tradizione rischia di essere troppo poco,
abbracciare le innovazioni acriticamente rischia di essere troppo
pericoloso, ma, a quanto sembra, ai produttori europei non restano
molte alternative
".

Siamo un paese leader nell’agro-alimentare e, soprattutto, nel vino. Possibile che non si riesca a dettare noi agli altri le "nostre" regole della competizione?

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VINO, MERCATO E ENOLOGIA NEL TERZO MILLENNIO
Appello di imprenditori, enologi, agronomi e giornalisti
9 maggio a Roma – Sala Convegni del Monte dei Paschi di
Siena, via Minghetti, 30

“Negli ultimi quarant’anni il vino italiano ha consolidato la sua
posizione nel mondo, raggiungendo dei traguardi che sino a qualche
decennio fa erano impensabili. E stato un processo lungo e complesso
che ha avuto nell’esaltazione della qualità, dell’origine e della
territorialità dei vini dei momento fondamentali.
Tutto ciò però è
stato possibile grazie alla rivisitazione sia delle pratiche
agronomiche nelle campagne sia all’incessante evoluzione della ricerca
e dell’applicazione della scienza enologica nelle cantine. In questo
modo i nostri vini hanno compiuto un deciso salto di qualità, anche dal
punto vista organolettico, recuperando quel gap di conoscenze ed
esperienze che in passato ci aveva fortemente penalizzato sui mercati
internazionali.
Oggi il nostro Paese ha una posizione di primo
piano nel mondo grazie proprio all’ammodernamento e allo svecchiamento
delle cantine dal punto di vista tecnologico e strutturale e
dall’efficacia dei protocolli enologici moderni applicati sia dalle
grandi che dalle piccole aziende.
In passato i vini italiani si
sono segnalati all’attenzione internazionale per la capacità di rompere
gli schemi affiancando alla produzione tradizionale una ampia schiera
di vini che hanno fatto dell’innovazione la loro cifra stilistica e
sono riusciti ad interpretare con fantasia e meglio di altri, i gusti e
le esigenze del consumatore internazionale, tenendo per altro alta, in
un momento molto difficile, l’immagine del vino italiano. I cosiddetti
Supertuscan, ieri classificati come Vini da Tavola (VdT) oggi come vini
ad Indicazione Geografica Tipica (Igt), sono stati in questo campo
l’esempio di maggior successo.
A fronte di ciò negli ultimi anni
si è sviluppata una corrente culturale che vuole imporre una visione
che tende a limitare gli orizzonti della ricerca e dell’enologia. Il
confronto insomma si è spostato e non è più solo tra conservatori e
innovatori. Infatti da una parte c’è chi in nome del rispetto della
tradizione considera l’enologia come un sistema chiuso alle novità,
sostanzialmente incapace di ascoltare. Dall’altra c’è chi, pur
rispettando profondamente l’origine e la storia dei prodotti, vuole
esaltare questi aspetti sfruttando tutte le possibilità offerte dalla
moderna enologia e tecnologia ad essa collegata, interpretando le
sollecitazioni che vengono da un mercato ormai planetario.
Le
discussioni su certi aspetti del nostro mondo del vino, hanno
evidenziato un preoccupante atteggiamento di chiusura nei confronti
dell’evoluzione della scienza enologica e dei mezzi che essa mette a
disposizione. L’enologia non può limitarsi ma deve essere in grado di
cogliere tutte le opportunità, soprattutto quelle che permettono di
abbassare i costi e di aumentare i profitti delle aziende, rendendole
sempre più competitive.
Noi che a diverso titolo ci occupiamo del
vino, esprimiamo la nostra preoccupazione perché i dati scientifici
vengono sistematicamente ignorati, preferendo la banalizzazione degli
argomenti all’approfondimento. Senza adeguati approfondimenti tecnici,
scientifici ed economici non si può pensare di affrontare con efficacia
la competizione internazionale e incrementare la qualità dei nostri
prodotti”.

In particolare – Promuovono l’appello “Il vino, il mercato e l’enologia del terzo millennio” …
Questi
gli imprenditori, enologi, agronomi, giornalisti che hanno sottoscritto
l’appello su “Il vino, il mercato e l’enologia del terzo millennio”,
che sarà presentato il 9 maggio a Roma (Sala Convegni del Monte dei
Paschi di Siena, via Minghetti, 30):
Andrea Gabbrielli (Giornalista)
Robero Zironi (Professore ordinario Università di Udine)
Luigi Odello (Centro Assaggiatori Brescia)
Fabio Turchetti (Giornalista)
Andrea Sartori (Casa Vinicola Sartori)
Piero Mastroberardino (Mastroberardino)
Riccardo Cotarella (Enologo)
Carlo Ferrini (Enologo)
Gioia Cresti (Enologo)
Ezio Rivella (Pian di Rota)
Stefano Campatelli (Direttore Consorzio Brunello di Montalcino)
Barbara Tamburini (Enologo)
Attilio Pagli (Enologo)
Alberto Antonini (Agronomo, Enologo)
Paolo Bisol (Ruggeri)
Lucio Brancadoro (Ricercatore Università di Milano)
Claudio Gori (Enologo)
Paolo Tommassini (Enologo)
Vittorio Fiore (Enologo)
Stefano Chioccioli (Enologo)
Filippo Mazzei (Marchesi Mazzei)
Nicodemo Librandi (Librandi)
Andrea D’Ambra (Casa d’Ambra)
Franco Giacosa (Zonin)
Michele Farro (Cantine Farro)
Piernicola Leone De Castris (Leone De Castris)
Giovanni Dimastrogiovanni (Enologo Leone De Castris)
Roberto Cipresso (Enologo)
Cesare e Andrea Cecchi (Cecchi)
Rudy Buratti (Enologo Castello Banfi)
Alessandro Candido (Candido)
Giuseppe Martelli (Direttore Assoenologi)
Sandro Boscaini (Masi Agricola)
Alessandro Botter (Botter)
Alberto Canino (Giovanni Bosca Tosti)
Etile Carpenè (Carpenè Malvolti)
Renzo Cotarella (Marchesi Antinori)
Lamberto Vallarino Gancia (Gancia)
Francesco Ricasoli (Ricasoli)
Giacomo Rallo (Donnafugata)
Pietro Alagna (Carlo Pellegrino)

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La foto di questo post:
- scatto di Aristide all’ultimo Vinitaly.