"Uno degli errori più gravi e più
comuni in cui oggi incorrono molti consumatori di vino è di credere
che un certo vino, riconoscibile al nome e all'etichetta, debba essere
sempre uguale a se stesso, e sempre buono se una volta è stato trovato
buono: di chiedere, dunque, al commerciante un vino che risponda a
requisiti di 'continuità'.
(...) Esigere un vino 'stabile' è la più grande sciocchezza che un bevitore
di vino possa commettere. (...) D'altra parte, i produttori, sostenuti
dagli enologi (da quasi tutti gli enologi), non denunziano la
sciocchezza, non si oppongono minimamente alla 'esigenza della
stabilità'; e si giustificano con un argomento, secondo loro,
inoppugnabile e sovrano: si tratta, dicono, di un'esigenza, di una
richiesta avanzata dalla maggioranza dei clienti, i quali,
naturalmente, 'hanno sempre ragione'. La scelta, proclamano, non è mai
imposta dal produttore, ma sempre dal consumatore, e cioè dalla
maggioranza dei consumatori. (...) La verità è che, in fatto di gusto,
nessuno potrà mai sostenere che la maggioranza abbia necessariamente
ragione. (...) Giacché la minoranza, sempre più esigua, che difende il
vino genuino e instabile, non pretende affatto di governare i
consumatori e i produttori, né di proibire il vino troppo lavorato e
troppo stabile: si limita a compiangere codesta maggioranza e a
consigliarle di convertirsi, per il suo bene. Nel vino, come nella
cucina, può succedere che il parere di una persona sola sia più giusto
del parere di milioni di persone".
Mario Soldati, nell'Introduzione di "Vino al vino", Autunno del 1968 - Mondadori Oscar Grandi Classici.
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