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Vignaioli a Fornovo

Fornovo_capanno "Vini di Vignaioli / Vins des Vignerons" è il convegno, nonché degustazione e vendita di vini "naturali" italiani e francesi appena conclusosi a Fornovo di Taro (PR). Numerosi i produttori italiani e francesi presenti, radunati sotto le insegne della viticoltura "non-intervenzionista" (calma, poi cercherò di spiegare di cosa si tratta).

La parte più interessante dell'evento di Fornovo di Taro si annunciava essere la tavola rotonda di lunedì mattina, ma ahimé non mi è stato possibile parteciparvi: chiunque fosse presente colà ci faccia sapere qualcosa.

Viticoltura "non intervenzionista"? Ha a che fare con la bio-dinamica o il biologico o il vino vero e naturale? Innanzi tutto è un'espressione raccolta in rete nel 2005, che mi colpì per la formidabile concentrazione di contraddizioni ed equivoci che una tale formula rischia di segnalare. Perchè pensare che l'uomo non intervenga nella trasformazione dell'uva in vino è una pura sciocchezza: la natura da sola fa solo aceto, avete letto spesso, sia qui e che altrove. E soprattutto dalla Natura sembra debbano guardarsi i nostri amici vignaioli, ancor prima che dalle pratiche enologiche potenzialmente adulteranti praticate dall'industria vinicola. Si, perchè molti dei vini degustati a Fornovo sono francamente impresentabili, carichi di difetti che solo un "marketing della pietà" può tentare di assimilare a caratteristiche del terroir o all'identità del vitigno. Sono vini difettosi e basta. Forse sono salubri, ma difettosi. Si avanzano alcune ipotesi al riguardo:

  • Aurora_franco i nostri vignaioli sembrano aver fatto buoni progressi in vigna, cominciando da dove si deve cominciare. Maggiore equilibrio dei suoli, migliore nutrimento per le vigne. Ma per ottenere i primi risultati significativi occorre tempo. Non dimenticate che l'esperienza dei francesi parte nel dopo guerra, da noi uno dei vignaioli con maggiore esperienza è Angiolino Maule che di anni di esperienza ne conta "solo" diciassette;
  • i problemi di esperienza si fanno sentire dolorosamente in cantina. Il difetto più frequente è la non armonia tra profumi e gusto del vino, e spesso perché i profumi non sono proprio dei profumi. Ipotesi: Controllo problematico della fermentazione malolattica? Fecce? Problemi di igiene in cantina? Ai veri esperti tra di voi la sentenza;
  • Bera_sandra un ultimo capitolo riguarda la conservazione del vino. Il non ricorrere alla SO2 (solfiti) è una tendenza interessante ma impegnativa. In Francia in vini senza solfiti sempre più spesso vengono conservati alla vendita in ambienti a temperatura controllata. Negli USA alcuni distributori utilizzano una sorta di "catena del freddo" per garantire la conservazione dei vini a partire dalla cantina allo scaffale. Finché non si realizza la possibilità concreta di vendere ai consumatori vini senza solfiti correttamente conservati, ebbene non possiamo fare a meno della SO2. E infatti molti vignaioli "pragmatici" la usano in minima quantità, ma la usano.

Ciò detto, i progressi sono interessanti e i produttori più impegnati da anni cominciano a presentare vini "stabili" nella loro riconoscibilità e qualità. La sensazione personale è che i francesi hanno maggiori esperienze al riguardo e quindi sono più avanti di noi. Ben vengano quindi le occasioni di scambio e confronto che a partire da queste manifestazioni mi auguro possano continuare sul campo con scambi di know-how e mutua formazione tra i vignaioli.

Donati Oggi il movimento dei vignaioli attenti a proporre al mercato un vino il meno possibile "manipolato", quando ancor prima non perseguano uno stile di vita e di filosofia produttiva più adeguato a loro bisogni spirituali e materiali, è tanto in crescita quanto è disorganizzato. E non è detto che sia un male. Sapete che in Italia il movimento oggi conta di almeno due organizzazioni: l'Associazione Vini Veri, guidata da Teobaldo Cappellano, e VinNatur, guidata da Angiolino Maule. Ad esse possiamo aggiungere il movimento Critical Wine, fondato da Luigi Veronelli e auto-gestito da centri sociali, e non si può escludere che nel futuro si aggiungano altre iniziative, segno del fermento che effettivamente c'è tra molti operatori e l'attenzione crescente di una parte minoritaria dei consumatori. Non tralascerei gli aspetti socio-politici che si agitano dietro il movimento dei vignaioli "naturalisti", ma per il momento si possono trascurare. Mi limito ad auspicare che questa giusta intuizione sia supportata da risultati (l'inizio è promettente ma ancora problematico), conoscenze tecniche, conoscenze commerciali adeguate a mercati fatti di consumatori attenti agli equilibri qualità/prezzo e alla ricerca di un rapporto diretto con il vignaiolo. Cari amici vignaioli, se scegliete la strada del dialogo diretto con questi nuovi consumatori allora fate attenzione: la fuffa ideologica non si beve più.

Passando ai vini, premettendo che non mi è stato possibile fare un giro "a campione" completo, eccone alcuni che mi piace ricordare:

  • Recioto 2002, La Biancara di Angiolino Maule
  • Merlot 2003, La Biancara di Angiolino Maule
  • Grignolino d'Asti 2005, Cascina 'Tavijn di Nadia Verrua
  • Malvasia Dolce 2005, Camillo Donati
  • Barbera del Monferrato Le Verrane 2004, Bera Vittorio & Figli
  • Moscato d'Asti 2006, Bera Vittorio & Figli
  • Barricadiero Marche IGT Rosso 2004 (Montepulciano d'Abruzzio 80%, Cabernet Sauvignon 20%), Aurora
  • Rosso Piceno Superiore Doc 2004, Aurora
  • Cuvée Grand Cru Mailly-Champagne, Raymond Boulard
  • Cuvée Petraea XCVII-MMIII, Raymond Boulard
  • Les Rachais Nature, Raymond Boulard

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Le foto di questo post:
- il tendone del Forum 2000 di Fornovo di Taro;
- Franco, Aurora;
- Sandra Bera, Bera Vittorio & Figli
- Camillo Donati

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Di seguito i weblog con link a Vignaioli a Fornovo:

» Vino biologico: pausa di riflessione? su Vinopigro
In questi giorni si sono tenute presso la sede di Vin&Organic Products le degustazioni del 12° Concorso internazionale di vini da agricoltura biologica. Gli oltre duecento campioni da tutto il mondo sono stati valutati alla cieca da degustatori (enolo... [Continua a leggere]

Commenti

Ho sentito un paio di interventi verso la fine. Il concetto che mi sembrava incarnare lo spirito della tavola rotonda è il seguente:

I vini naturali non sono i vini di "una volta", quindi del passato, ma i vini del futuro.

Luk

Giampiero, davvero ti è piaciuto Les Rachais? Comincio a pensare di aver assaggiato una bottiglia fallata...
D'accordo invece su tutti gli altri.
Luk

Purtroppo non ho potuto partecipare, anche se per me sarebbe stato interessante.
Da tre vendemmie mi cimento nella vinificazione di un vino che per me, in quanto vignaiolo della maremma, è particolarmente interessante: l'Ansonica. E su questo vino, specialmente quest'anno, stiamo provando ben 4 vinificazioni diverse: normale in bianco, con le bucce e SO2, senza bucce e senza SO2, passito. Sono quindi particolarmente interessato a tutte le esperienze di vinificazioni "diverse" effettuate da molti viticoltori, specialmente della Liguria. Tanto è vero che ho preso contatti per visitarne qualcuno in cantina nelle prossime settimane.
Il mio interesse proviene però da una considerazione che definirei "utilitaristica", perché ho, come dire, il sospetto o la sensazione che su queste uve non si sia indagato abbastanza, e che, riprendendo alcune tecniche e sperimentando - con errori e riprove - si possa effettivamente raggiungere risultati interessanti. Quello che mi divide però da alcuni produttori, è l'approccio ideologico - etico. Quello che porta a dire che certi vini sono, ad esempio, veri (lasciando forse intendere che gli altri non lo sono), genuini, non manipolati. Insomma eticamente superiori.
Ecco, quella roba lì a me non interessa, anzi ne rifuggo, per mia storia e sensibilità personale e non necessariamente perché sia sbagliata. Però non riesco a convincermi che producendo del vino sto compiendo una scelta etica fondamentale, quasi un passo verso il miglioramento del mondo. No, per me il discorso rimane, molto più prosaicamente, la voglia di indagare su un metodo che mi permetta di fare vini più interessanti, più originali, più complessi. In una parola, migliori. Il che, credo, risponda in modo più aderente alla mia idea dell'etica del mio lavoro: fare il meglio possibile per dare al mio cliente il miglior prodotto per i soldi che spende. E se possibile fare qualcosa che piaccia a me.
I risultati delle vinificazioni? Finora assai in bilico tra il deludente/repellente/forse interessante. Sull'uso dell'SO2 in vinificazione sto rivedendo alcune mie convinzioni del passato (ritengo che in alcuni casi se ne possa fare a meno in vinificazione al fine di ottenere maggiore complessità). Non certo come conservazione, per la quale mi pare che non ci siano alternative all'uso della SO2. E comunque non mi pongo il problema di merito, non usarla per me non è un valore di per sè, lo è solo in quanto può permettermi di raggiungere un risultato migliore.

@Luk: confermo l'impressione su Les Rachais di Boulard.

@Gianpaolo: grazie davvero, un contributo molto interessante il tuo. Riguardo la SO2 ed altri aspetti collegati più in generale, noto che hai un approccio molto simile a quello di Angiolino Maule, un vero campione di passione e utilitarismo come tu stesso lo intendi. Mi sentirei di suggerire una presa di contatto tra voi, ho la convinzione che potrebbe esservi molto utile.

L'approccio biologico (che conosco bene) e biodinamico (che conosco meno) nasce innanzitutto dalla presa di coscienza che in nome del vino - e del profitto che si può trarre dall'attività di vignaiolo - non ci si può sentire autorizzati a massacrare l'ambiente. Il produttore "bio" in questo si contrappone al convenzionale, anche per una maggiore attenzione al fattore salutistico: i veleni che mette sulle vigne li respira lui per primo, come mi conferma chi è costretto a infilare scafandri da astronauta quando esegue i trattamenti. Ciò premesso, convengo anch'io che partire dal presupposto che i vini "bio" sono "eticamente superiori" a tutti gli altri perchè salvano la Natura non è congruo, è fuori luogo. No; a questi vini si richiede di essere semmai più buoni degli altri, proprio perchè più rispettosi dell'ambiente e meno manipolati. Credo che alla base di tutto ci sia un grosso equivoco: l'approccio al biologico è tutto fuorchè di tipo stregonesco. E' invece estremamente scientifico, perchè per fare vini buoni senza ricorrere ad "aiutini" di tipo artificiale-sintetico, occorre conoscere la terra e l'uva bene come nessuno. Noi però, non possiamo giudicare un vino dal "credo" del suo produttore. Il giudizio finale è sempre nel bicchiere: per il quale, ma questo è solo il mio personalissimo e opinabilissimo approccio, vale la regola del "vino buono da bere e buono da pensare". In tutti i sensi.

Sono d'accordo con Lizzy quando dice che, in che opera nel biologico, c'e' anche una maggiore sensibilità riguardo all'ambiente, inteso come una maggiore attenzione a non immettere sostanze chimiche di sintesi (anche se l'uso massiccio di rame che si fa, a me lascia qualche dubbio sul beneficio ambientale).
La vigna infatti è, a livello europeo, una delle colture più intensive e con maggior uso di pesticidi. Quindi lo spirito di chi fa biologico e biodinamico affronta questo problema di uso dei fitofarmaci. Quello che mi pare irrazionale allora è l'ostilità contro la sperimentazione di piante resistenti alle principali malattie (oidio e peronospora) ottenute mediante biotecnologie. Eppure queste sono le malattie che più richiedono l'uso di fitofarmaci, anche nel biologico dove, è utile ricordare, non sono proibiti i fitofarmaci, ma solo quelli di sintesi. Questo vuol dire che il solfato di rame e lo zolfo vengono usati lo stesso, e in grandi quantità per sopperire alla mancanza di prodotti di sintesi.
Sarebbe quindi coerente manifestare interesse verso varietà di piante di vigna, in tutto uguali ai cloni di partenza, nei quali venga inserita una resistenza a queste malattie che consentirebbe di ridurre in modo drastico l'uso dei fitofarmaci, siano di sintesi o no. L'approccio è invece come dicevo prima, di rifiuto aprioristico, dove in questo caso motivazioni di tipo etico (il non uso di OGM) superano le esigenze di protezione ambientale. Badate che qui si tratta effettivamente di piante del tutto identiche, tranne che per il gene o i geni di resistenza inseriti. Questi cloni sono già pronti e sviluppati per molte varietà, ma la loro sperimentazione viene ostacolata da atteggiamenti come sopra descritti.
Io lo trovo un atteggiamento poco coerente - tonnellate di rame vanno bene, ma piante OGM no - ma già so che per molti si tratta di scambiare un ambiente più pulito con lo spettro di Frankenstein.

@Lizzy
Anche l'approccio Bio in senso stretto è ideologico. Ti cito due esempi:

Tesi (secondo disciplinare BIO): NON SI POSSONO USARE PRODOTTI DI SINTESI.

Conseguenza n°1: devo usare il doppio del rame (dimostrato dannoso) e non posso sostituirne il 50% (mantenendo l'efficacia del composto) con fosfito di potassio in quanto quest'ultimo è prodotto di sintesi.

Conseguenza n°2: nella lotta alla flavescenza dorata (nella fattispecie lo Scaphoideus Titanus) non posso usare anticrittogamici selettivi e di sintesi (magari in basse quantità) che fanno fuori solo la bestiaccia, ma dosi massicce di piretrine (naturali ed ammesse) che però mi sterminano tutti gli insetti in vigna.

E' ragionevole questo?

Luk

Non facendo il viticoltore non posso entrare nel merito delle scelte tecniche: diciamo che, in presenza di un "male" - l'uso di una sostanza - si opta per quello considerato "minore".
Luk, Gianpaolo, ci piaccia o no, a ben vedere tutto è ideologia, filosofia, politica...poi ognuno fa le scelte (culturali, mentali, pratiche) che ritiene più opportune per sè. Io se posso bevo (anche) vino bio, di produttori amici che so cosa producono e soprattutto come lo producono(perchè li ho visti).
Circa i quantitativi di sostanze "naturali" come il rame, molto dipende dalla scelta del produttore, dalle sue conoscenze, dall'ambiente...so di una ricerca in Trentino nella quale già da alcuni anni si sta sperimentando il non-uso del rame, con risultati assolutamente incoraggianti. Che poi la cosa sia esportabile anche in altri contesti senza rischiare di mandare il raccolto in malora, boh?! ogni vigneto fa storia a se'. Bisogna studiare, provare, sperimentare...se si vuole fare un certo tipo di vino e raccontare la storia del vino "vivo e vero".
Non volete correre rischi? largo al vino industriale - che in certi contesti e situazioni è persino una scelta obbligata. Al consumatore costa poco, è (per alcuni) persino buono/molto buono, e sono tutti contenti.
Non è forse questo che vogliamo?

;-)

...corollario:
il biologico /biodinamico è una scelta. Ma in alcuni casi, un lusso.
Che non tutti possono permettersi.

@Lizzy
"Non volete correre rischi? largo al vino industriale - che in certi contesti e situazioni è persino una scelta obbligata. Al consumatore costa poco, è (per alcuni) persino buono/molto buono, e sono tutti contenti."

Dico, mica tutti hanno (o devono) avere la mistica del vino "vivo e vero". Per moltissime persone il vino è una bevanda, punto e basta, quando non contiene sostanze nocive e presenta caratteristiche organolettiche "decenti", basta ed avanza. E il prezzo deve essere proporzionato. Non capisco perché ci deve essere sempre questo tono da "missione civilizzatrice", come se fossero in gioco chissà quali valori ...

Desidero chiarire che l'uso del rame nelle aziende viticole da anni è sottoposto per legge a drastiche limitazioni, e che un'azienda biologica degna di essere tale ne impiega mediamente la metà del massimo consentito.
Sono comunque un pò amareggiato nel constatare che, dopo anni, esistano ancora certe forme di arcigna chiusura ideologica nei confronti della galassia dei cosidetti "vini naturali": forse è un problema di comunicazione. Il convegno di Fornovo era dedicato alla figura di Jules Chauvet, pioniere e precursore di tali vini. Era uno scienziato, un enologo, un raffinatissimo degustatore e un produttore apprezzato. La "naturalità" del vino che lui perseguiva nei suoi studi e nel suo lavoro, ed insegnava con umiltà e generosità nasceva dalla scienza enologica e dall'arte della degustazione da lui praticata in modo inarrivabile. Un "naturalismo" niente affatto empirico o stregonesco come a volte si è portati a pensare, ma cartesiano, razionale, consapevole dei suoi fondamenti etici ma anche della sua straordinaria concretezza.

@Gianluigi
Quando dicevo il doppio del rame, intendevo che CON fosfito di potassio la quantità minima efficace può essere dimezzata. Inoltre non ho nessuna chiusura ideologica a proposito dei vini naturali, altrimenti non sarei andato per il secondo anno di seguito a Fornovo, godendo moltissimo della giornata passata con tanti amici e tanti buoni vini.
Stavo poi riflettendo proprio su quello che hai detto condividendolo in pieno.
L'agronomo "naturale" deve essere più preparato dell'agronomo convenzionale; l'enologo "naturale" deve possedere la materia più di quello convenzionale, deve fare più ricerche e conoscere meglio il vino che sta facendo; in parole povere deve essere più scienziato e meno stregone.
Ma a me - e su questo forse non siamo d'accordo- non è sembrato che tutti i produttori di Fornovo fossero dello stesso avviso.

Luk

@Gianluigi Bera

Non mi sostituisco ad Ari nell'argomentare oltre a ciò che ha scritto nel suo post. Immagino che lo farà personalmente. Mi sembra però che non ci sia una valutazione di "arcigna" chiusura nei confronti del "naturalismo". Al contrario, c'é apertura, critica, ma apertura. E' molto probabile che i viti-vinicoltori "naturali" abbiano *anche* un problema di comunicazione e questa tematica andrebbe approfondita in modo serio. Spero che Ari decida di scrivere qualche cosa al proposito perché credo ne valga la pena.

Rilevo la mancanza di interesse assoluto rispetto alla tematica ambientale posta in essere dalle Viti OGM resistenti alla peronospora e oidio. E' possibile che non vi si l'interesse a ridurre il problema dell'impatto ambientale alla radice utilizzando piante che consentono naturalmente di decurtare in modo importante l'uso della chimica?
Queste piante dovrebbero essere sostenute dagli ambientalisti, dovrebbero farsene paladini coloro che mostrano preoccupazione verso l'inquinamento ambientale.

@Stefano: conosco ormai abbastanza bene Aristide ed il bel gruppo di amici che lo segue da essere certissimo dell'apertura non preconcetta verso le tematiche delle quali si parla. L'"arcigna chiusura", sia chiaro, non la noto fra le persone che animano questo blog con le loro discussioni, ma in ambienti decisamente meno inclini al dibattito ed al confronto.
Per fare un esempio, devo dire che purtroppo le chiusure più feroci, trancianti e spocchiose vengono proprio dai produttori della vitivinicoltura "convenzionale". Poche settimane fa un produttore della mia zona mi ha apostrofato in maniera livorosa dicendo: "sono più ecologista di te, perchè inquino meno io dando il diserbante due volte l'anno, che te con i fumi di scarico del tuo trattore!".

@Giampaolo: le prime colture OGM, soprattutto mais e soia, furono magnificate a suo tempo come "ecologiche" in quanto bisognose di meno trattamenti ed interventi della chimica. La pratica ha dimostrato che così non è, anzi nella realtà dei fatti si è verificato l'esatto opposto. Senza entrare in merito ad altre problematiche di tipo economico e socio-politico, credo che l'aspetto meramente "ecologista" delle viti OGM abbia bisogno di molte verifiche prima di essere confermato ed accettato.

@Stefano: mi scuso se hai colto nel mio commento toni da "missione civilizzatrice", non era mia intenzione. Però i valori in gioco ci sono, eccome. Valori storici, antropologici, culturali. D'accordo, il vino è una bevanda, ma anche la spremuta d'arancia lo è. Solo che il vino, a differenza dell'aranciata, ha giocato un ruolo non da poco nelle civiltà mediterranee. Forse anche per questo ce la prendiamo più calda quando, per un motivo o per l'altro,lo tirano in ballo.

@Lizzy
La mia impressione (dico "impressione" perché qui e ora non sono in grado di argomentare in modo probante) è che coloro i quali la pensano come te tendano a proiettare "a ritroso" parametri culturali e "valori" che sono un precipitato delle società cosiddette "post-materialiste" (mi sembra di aver già accennato in passato a questo argomento). Sono "valori" recenti, anzi recentissimi e sospetto che la "tradizione" del vino sia una delle tante tradizioni "inventate", sull'esempio di quelle descritte da Hobsbawm e Ranger.

Se posso aggiungere un breve commento "laterale", direi che ciò che mi trova del tutto dissenziente leggendo certi posts e commenti in Aristide o in altri weblogs similari, è il disconoscimento dell'importanza dell'industria e della modernità in generale nell'evoluzione della qualità - sì della qualità - dei prodotti alimentari (quindi anche del vino). Sarebbe ora di riconoscere che le nostre generazioni mangiano e bevono molto meglio di quelle dei nostri nonni (per non parlare dei bis-nonni, trisavoli etc. etc.).

Gianluigi, la verità sugli OGM è l'esatto contrario, è dimostrato che hanno permesso un utilizzo inferiore dei pesticidi.

"Nel suo rapporto del 2004, il famoso economista agrario Benbrook (famoso perché è uno dei maggiori detrattori degli OGM e lavora come consulente di aziende biologiche) dice che Mais e Cotone Bt (cioè OGM) negli USA hanno diminuito l'utilizzo di pesticidi di 15.6 milioni di libbre, cioe' 7000 tonnellate, mica bruscolini." (http://www.greenplanet.net/Articolo6922.html)

Ecco un'altro estratto, il link all'articolo (Pesticidi, aumentati o diminuiti?), lo trovate sopra:

"Da vari studi economici [Fonte: rapporto FAO 2004] emerge ormai un trend comune: nonostante il costo dei semi OGM sia più elevato del costo dei semi tradizionali, gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo guadagnano grazie a rese maggiori e meno fluttuanti ottenute da una lotta più efficace contro gli insetti: +19% in Cina, +33% in Argentina e +65% in Sudafrica.
I contadini spendono meno sia per l’acquisto che per l’applicazione di pesticidi. Nel 2001 ad esempio, l’uso di pesticidi per il cotone Bt in Cina si è ridotto del 67%, con una diminuzione di circa 44 Kg per ettaro rispetto al cotone tradizionale, e, cosa importante, si è verificata una incidenza di avvelenamenti da pesticidi tra i contadini molto minore: 5-8% contro il 12-29%.
Dati simili arrivano da altri paesi: in Argentina le rese del cotone Bt sono state del 33% superiori a quello normale, del 65% in Sudafrica e addirittura dell’80% in India.
L'aumento delle rese in India pero’ e’ contestato da alcune ONG.
Parallelamente si è registrata una riduzione dei pesticidi del 47% in Argentina, del 67% in Cina e del 77% in Messico.
Altri studi indipendenti [vedi AgBioForum] mostrano una riduzione sostanziosa dell'uso di pesticidi nei paesi in via di sviluppo"

Riguardo al cotone non posso dire niente. Riguardo al mais ogm c'è un vero e proprio allarme internazionale per i problemi di natura agronomica che stanno venendo fuori in maniera sempre più virulenta. Ma in ogni caso faccio presente che io come moltissimi miei colleghi coltivo da tempo le mie vigne con ZERO pesticidi e ZERO diserbanti senza bisogno di aspettare le viti OGM.

"Sarebbe ora di riconoscere che le nostre generazioni mangiano e bevono molto meglio di quelle dei nostri nonni (per non parlare dei bis-nonni, trisavoli etc. etc.)". Sono assolutamente d'accordo, Stefano, per carità. Lungi da me l'idea di rispolverare il mito del buon selvaggio o dell'Arcadia. Concedimi però che la sensibilità nei confronti di certe tematiche è cambiata ("precipitata"?), e che dietro ogni progresso, inevitabilmente, ci sono dei costi umani, sociali, ambientali, con un rapporto costi/benefici sul quale si potrebbe discutere ad libitum. E' un fatto, inevitabile. E sul quale non è opportuno emettere giudizi di valore, almeno in questa sede (Aristide è paziente e di larghe vedute ma non è carino approfittarsene...). Anche perchè se ci mettiamo a discutere di filosofia/sociologia, come ci capita di fare quasi ogni volta che i nostri commenti s'incrociano, il resto della banda del circolo di Aristide rischia di annoiarsi...vedo già qualcuno sbadigliare...
;-)

L.

@Lizzy
D'accordo con quello che suggerisci.
Mi limitavo a dire che molto di ciò che viene discusso qui e altrove, altro non è che uno degli elementi di un più ampio processo di evoluzione sociale.
Sarebbe interessante poterlo approfondire applicandolo all'evoluzione del gusto e in particolare agli usi, costumi e parametri di giudizio sul vino.
:-)

Caro Stefano,
io e, sono convinta, anche Aristide, siamo qui che ti aspettiamo. A quando il tuo blog? non sul vino, beninteso...
:-))

L.

@LIzzy
Vedo già la faccia di Ari. Lui sa che un tempo (per un brevissimo tempo) è esistito nella blogosfera un mio weblog (si chiamava Opìniofranca). Per carità, nulla di importante ... durò 2 mesi ... poi ho dato forfait perché troppo impegnativo e soprattutto troppo stressante per il mio iper-ondivago carattere (diciamo troppi alti e bassi nel corso di una giornata ... ha un nome ...).
Quindi non ci sarà mai più un mio blog. Però lavorare sul tema di cui si diceva potrebbe essere interessante per poi scriverne su Aristide. Vedrò che posso fare. Ho già fatto qualche ricerca nelle settimane scorse. C'é ovviamente materiale di carattere generale (un po' di letteratura già la conosco) però manca il collegamento con "l'alimentare" e con il "vino". Vedremo ... nessuna promessa perché sono già abbastanza screditato vis-à-vis Ari.
Ciao e a presto.
:-))

Bona Sera Aristide e tutti,
and Hello to Gianluigi


Aristide,
you wrote:

***Cuvée Petraea XCVII-MMI, ...***

No, no, it was XCVII - MMIII
;o)

So, again, I was very happy to see you and meet you there,
with many italian, suisse and french growers.
Every year, it's for me a good time for tasting and discovering great wines from Italy, and Switzerland this year, and then even french ( I had never taste the natural wines of Michel Augé ).

All the best,
Bien amicalement,

Francis

Gianluigi, è molto interessante quello che dici. Vuoi dire che tu non fai nessun tipo di trattamento di alcun tipo al vigneto? Niente peronospora, oidio, ecc.?

Di quale tipo di allarme agronomico si tratta per il mais, mi puoi dare qualche riferimento, mi interessa molto approfondire.

@Giampaolo

"Gianluigi, è molto interessante quello che dici. Vuoi dire che tu non fai nessun tipo di trattamento di alcun tipo al vigneto? Niente peronospora, oidio, ecc.?"

probabilmente rame e zolfo non sono considereati pesticidi; o si?
Luk

@Gianpaolo: ovviamente non considero come "pesticidi" la poltiglia bordolese e lo zolfo in polvere che impiego contro la peronospora e l'oidio.

Riguardo al mais ogm, si è verificato il paradosso per cui le piante costruite per resistere ad alcuni specifici parassiti si sono rivelate nel tempo debolissime nei confronti di altri, ed hanno richiesto forme di difesa chimica diverse ma massicce.

Nella vite però il discorso è diverso e più complicato. La manipolazione genetica in questo caso sta seguendo molti obbiettivi, e quello della salvaguardia ambiantale mi sembra il meno considerato. Si privilegiano molto di più gli aspetti mercelogici e produttivi, ad esempio il garantire concentrazioni zuccherine elevate con qualsiasi clima e a qualsiasi latitudine, l'ottenere varietà inattaccabili dalla botritis anche con altissime rese a ceppo etc. In sostanza la ricerca OGM in viticoltura mira a demolire alcuni pilastri su cui per millenni si è fondata l'enologia, primo fra tutti l'insormontabile barriera pedo-climatica che ha permesso la nascita ed il prestigio delle regioni viticole di qualità; secondo, l'intervento dell'uomo che con le sue scelte ed il suo lavoro è sempre riuscito ad ottenere dall'uva le prerogative oggi ricercate per via genetica.

@Gianluigi: "ovviamente non considero come "pesticidi" la poltiglia bordolese e lo zolfo in polvere che impiego contro la peronospora e l'oidio." Lo trovo un atteggiamento assai singolare questo. Certamente non sono di sintesi, ma altrettanto certamente sono pesticidi (combattono le "pesti"). Non sono innocui, ne all'uomo ne all'ambiente. Il rame in particolare ha la caratteristica di accumularsi nell'ambiente e non viene facilmente dilavato. Scusami se te lo dico, e non mi farò una nuova amicizia, però non mi pare neanche tanto corretto dire: io uso ZERO pesticidi, se poi usi la poltiglia bordolese e lo zolfo. Tu la puoi pensare come vuoi ma io continuo a pensare (e credo che questo valga anche in tema di etichettatura) che ZERO pesticidi, significhi ZERO trattamenti.

Sul mais quasi tutti convergono sul fatto che c'e' stato, meno in confronto al cotone dove la diminuzione è macroscopica, una piccola diminuzione dell'uso dei pesticidi. Sul fatto che una resistenza ad una malattia non protegga l'eventuale insorgenza di altr mi pare abbastanza ovvio.

Sulla vite non sono sostanzialmente d'accordo con te. Ma il punto è che io ti avevo proprio proposto il tema delle viti resistenti a oidio e peronospora come possibilità di riduzione della chimica. Il fatto che questo, come dici tu, venga poco considerato, sopratutto da parte di coloro che si definiscono più attenti all'ambiente, è proprio quello che è strano, e che lamentavo essere un silenzio assordante. Ma certo non da parte della ricerca, e neanche dell'industria, visto che già Rauscedo (i vivai più grandi di Europa) sta propagando cloni di diverse varietà di vite in cui è stata introdotta la resistenza ad uso di sperimentazione.

Sul discorso dei pesticidi chiedo venia, e accetto senza obbiettare la tua precisazione. Il fatto è che la parola "pesticida" (mutuata dall'inglese "pesticide") pur essendo sostanzialmente sinonimo di "fitofarmaco" o di "antiparassitario", e comprendendo dunque anche la poltiglia bordolese e lo zolfo in polvere, viene usata e recepita nell'uso comune per indicare con valenza negativa prodotti ad alto impatto ambientale e ad alto rischio sanitario. E a quest'uso, superficialmente e senza pensarci, mi sono attenuto. Quindi rettifico senza problemi quanto affermato più sopra: non uso ZERO pesticidi, ma quantità ridotte di poltiglia bordolese ( mediamente 3kg/ha di rame metallo) e zolfo in polvere che non risulta avere effetto contaminante. E' vero che il rame è potenzialmente nocivo per l'ambiente, ma è altrettanto vero che suoli biologicamente vivi sono in grado di smaltirne l'accumulo quando utilizzato in quantità moderate.

Riguardo alle viti OGM, siamo solo agli inizi di una rivoluzione ( o di una catastrofe, dal mio punto di vista) che si compirà nell'arco di molti decenni) e che come esito finale porterà alla scomparsa della viticoltura e dell'enologia come noi la conosciamo. Chissà se all'epoca esisteranno piccole isole di resistenza, e se i "vini naturali" saranno prima di tutto vini "OGM free".
Ciao!

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