China_harvest Questa vendemmia particolare potrebbe essere l'inizio di un incubo?

Siamo a circa 70 km. a nord-ovest di Pechino, in vista della Grande Muraglia, provincia di Hebei. Si tratta del "vigneto sperimentale Franco-Cinese" e la persona ritratta nella foto a fianco, insieme a due raccoglitrici cinesi, è il vignaiolo francese Nicolas Billot-Grima. Lasciate le vigne di famiglia nel Sud-Ovest francese (cantina Laroche Pipeau), Billot-Grima si dedica a questo "vigneto dimostrativo" sin dall'ottobre 2000, impiantato su un terreno arido e sassoso, 20 ettari di superfice a 600 metri di altitudine, scelto per coltivare qualcosa là dove nessun agricoltore lavorerebbe un terreno così poco fertile.

L'ambizioso esperimento è quello di produrre vini di alta qualità, in una regione difficile ma probabilmente in grado di conferire al vino un certo carattere di tipicità. Le uve scelte sono il Cabernet Sauvignon, Merlot e Marselan (incrocio tra Cabernet Sauvignon e Grenache Noir), oltre a Chardonnay e Sauvignon Blanc. Billot-Grima si unisce ad un folto gruppo di operatori interessati a fare della Cina un potenziale attore del mercato dei paesi del cosiddetto Nuovo Mondo (vedere post di Aristide dell'anno scorso: Château China 2005). Nel frattempo, molti operatori locali stanno abbandonando il mercato della birra e dei superalcolici locali (fino a 10 anni fa la bevanda alcolica preferita dai cinesi era il baijiu, un distillato estratto dal grano) per avviare attività nel più raffinato mercato del vino. Infatti, oltre 500 cantine sono sorte negli ultimi dieci anni in tutto il paese.

I consumi di vino in Cina, Hong Kong inclusa, sono previsti in crescita del 78% nel decennio che finirà nel 2009 (The International Wine and Spirit Record, Londra), praticamente una crescita di 7 volte superiore a quella media di tutto il mercato globale. Si prevede che nel 2009 i cinesi arriveranno ad un consumo di 766 milioni di bottiglie (500 milioni nel 2004).

Ma prima di imporsi sul mercato globale, il vino cinese deve risolvere numerosi problemi:

  • la reputazione, basata sulla qualità. Il vino cinese è fatto con blend di varietà locali o cisterne di vino importate dall'Australia e dal Cile, il 95% di questo vino viene venduto sul mercato interno attraverso i tre grandi marchi nazionali: Great Wall, Dynasty Wines, Dragon Seal. Nel frattempo nasce una nuova razza di produttori locali, supportati da capitali e consulenti tecnici stranieri, che cercano di risolvere il problema della reputazione;
  • l'accostamento al cibo. La cucina cinese tradizionale non sembra accostarsi minimamente ai vini locali, giudicati dalla rivista Wine Spectator (novembre 2005), durante una degustazione in Cina, "estremamente dolci, i rossi come i bianchi, con elevato tenore alcolico, rassomiglianti a vermouth o sherry". Secondo Billot-Grima, i rossi prodotti nel vigneto sperimentale franco-cinese sono più morbidi e secchi e si accoppiano meglio con i cibi;
  • molti cinesi non hanno mai bevuto un bicchiere di vino, preferendo birra e superalcolici duri e di altissima gradazione;
  • molti cinesi non possono ancora permettersi di acquistare vino. Uno dei raccoglitori impiegati nel vigneto sperimentale guadagna 3 dollari al giorno durante la vendemmia di quelle uve che andranno a riempire bottigle vendute a 19 dollari;
  • gli importatori devono affrontare aspetti culturali che in quel sterminato paese non giocano – nel breve – a favore dell'introduzione del vino: i cinesi, essendo consumatori di tè, non amano le bevande fredde e con le bollicine, sembrano preferire i rossi ricchi di tannini. Anche i nomi dei vini troppo lunghi creano difficoltà, meglio nomi con al massimo tre sillabe;
  • infine, il clima: forti piogge e grandinate, terreni poveri di sostanze, inverni rigidissimi che creano problemi alla conservazione dei vini.

Il vigneto sperimentale realizzato da Billot-Grima ha raggiunto i cinque anni di età ed entra così nella sua piena capacità produttiva. I rappresentanti dei governi francese e cinese sono convinti che la regione di Hebei sia la migliore area per produrre vino in Cina, al punto di voler concentrare qui la maggior parte degli insediamenti produttivi del futuro. In ogni caso, il 2006 sarà il primo anno commerciale per la nuova cantina di Nicolas Billot-Grima: Château Tayshi.

Un'ultima cosa. Propongo una veloce riflessione a quanti si beano in questo presente del grande passato, della cultura e tradizione italiana ed europea. La storia convenzionale spiega che il vino arrivò in Cina nel VII secolo, proveniente dal Medio-Oriente. Due anni fa, gli archeologi dell'Accademia Cinese di Scienze Sociali hanno sviluppato una nuova teoria basata sul ritrovamento, nel nord del paese, di resti di vino fermentato da riso, miele e frutta. La datazione li collocherebbe ad un'età di circa 9.000 anni. Wang Jihuai, professore dell'Istituto di Archeologia di quella Accademia, spiega che quella scoperta "non è conclusiva. Non oserei sostenere che la Cina inventò il vino per prima, non ci sono abbastanza prove per affermarlo. Ma possiamo affermare che la Cina aveva una progredita cultura della vinificazione, basata sia sui cereali che sulla frutta, almeno 5.000 anni fa. Il vero mistero – continua Wang – non è quando arrivò il vino in Cina, ma piuttosto perché il processo di vinificazione e la cultura del bere vino siano del tutto morte per migliaia di anni fino alla loro recente reintroduzione da parte degli stranieri".

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La foto di questo post:
Nicolas Billot-Grima durante la vendemmia nel "vigneto sperimentale" franco-cinese nella regione Hebei, Cina.
Foto di Calum MacLeod, USA TODAY.