L'Autore


  • Winebigred_shadowAristide richiama il greco aristos (ottimo, eccellente).
    Ma è pure il simbolo di un'identità che interessa cercare nel vino, espressione di un frutto, un territorio, persone, cultura, tradizioni, ma anche il business del vino, lo sviluppo economico, le innovazioni tecnologiche.
    Aristide vuole raccontare il viaggio nel mondo del vino di Giampiero Nadali, il suo autore, con i sensi dell’enofilo appassionato e la compagnia di quanti vorranno seguirlo.


    Arismbio
    Arisegnala
    Arivineyards_2

  • L'Ambrosia di Aristide
    Parole su di noi come cibo e bevande prelibate...

  • 100wineblogs MacchianerAward 2006: Nomination

Your email address:


Powered by FeedBlitz

RSS

  • Aristide News
    Usa questo link per ricevere i post di Aristide attraverso il servizio RSS. Occorre un browser abilitato agli RSS (Firefox, Safari, ecc.).

Wine Blogs Italia

Wine Blogs / English

Wine Blogs / Français

Wine Blogs / Español

Wine Blogs / Português

Wine News & Portals

Wine Social Networks

Wine Shopping

Food Blogs

Aristide Links

Digital Life & Business

Suggerire & Collaborare


  • Aristide è aperto ai vostri suggerimenti, segnalazioni, critiche.
    Chiunque voglia contattarmi, lo può fare in questi modi:

    Commento ad un articolo
    Cliccare direttamente sotto l'articolo sul link " Commenti (x) " (a destra della data) e scrivere il proprio commento nello spazio disponibile, avendo cura di lasciare i propri riferimenti.

    EMAIL
    Scrivere a questo indirizzo per iscriversi alla mailing list di Aristide o porre questioni direttamente all'autore:

    aristideblog AT mac DOT com


    Contattatemi attraverso il servizio VoIP di Skype!

    Add to My Yahoo!

    Katalogato

    Food & Drink Blog Top Sites

    Google PageRank Checker - Page Rank Calculator

    Google Sitemaps Generator Tool

    Blogwise - blog directory

    BlogItalia.it - La directory italiana dei blog


  • Poweredlong

Aristide & Copyright


  • Somerights20 Tutti i contenuti di Aristide sono pubblicati secondo la licenza di utilizzo di Creative Commons, salvo diverse indicazioni. / This work is licensed under a Creative Commons License.

    Aristide è un sito web interamente gestito da Giampiero Nadali.

    Aristide non rappresenta una testata giornalistica: viene aggiornato senza alcuna periodicità. Le opinioni qui contenute sono intera espressione del libero pensiero dell'autore, e vanno pertanto prese come tali. Quando sono rappresentate opinioni altrui, esse sono chiaramente identificate e ricadono sotto la responsabilità di coloro che le manifestano.

    Aristide può contenere brani estratti da materiale pubblicato su Internet soggetto a copyright, il cui utilizzo può non essere stato specificamente autorizzato dal detentore del copyright. Tale materiale viene pubblicato solamente allo scopo di divulgare la conoscenza di tematiche tecniche, economiche, culturali e sociali, senza perseguire alcun scopo di lucro, in un contesto di utilizzo corretto del materiale, senza procurare danno al detentore del copyright. Chiunque desideri utilizzare tale materiale per scopi diversi, è pregato di ottenerne il permesso all'utilizzo dal detentore del copyright.

    Fotografie:
    Le foto presenti su Aristide sono per la maggior parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo all'indirizzo e-mail giampiero.nadali@tin.it, che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.

    Pictures:
    Photos published on this site are mostly taken on Internet, and therefore considered of public domain. If any author or publisher wish to deny their consent to publish these photos, they may contact me via email at giampiero.nadali@tin.it and I'll remove immediately these photos from my site.

    ------------------

    La pubblicità su questo blog è veicolata dal network di raccolta VinoClic. Per maggiori informazioni sulle regole che Aristide si è dato circa l'informazione pubblicitaria, leggere qui.

Blog powered by TypePad
Iscritto da 10/2004

« La visita dell'Ambasciatore Hughes | Principale | Vendemmie digitali »

Vino "Chips Free" - la proposta

Chipsfreelogo256x Venerdì 1.o settembre il quotidiano L'Arena ha pubblicato una breve inchiesta di Elisabetta Tosi (VinoPigro) sul punto di vista dei produttori di vino circa l'uso dei trucioli (chips) come pratica per insaporire i vini "al legno", risparmiando così sui costi e tempi dell'affinamento in botte (in fondo trovate i post di Aristide dedicati all'argomento). Elisabetta ha intervistato Daniele Accordini (enologo, presidente dell’Assoenologi del Veneto Occidentale e vignaiolo), Giuseppe Campagnola (azienda Campagnola, Valgatara di Marano Valpolicella) Emilio Pedron (presidente del Consorzio Valpolicella e Amm. Delegato del G.I.V.), Luciano Piona (azienda Cavalchina, Custoza), Matilde Poggi (azienda Le Fraghe, Cavaion Veronese) e Valentina Tessari (azienda Suavia, Soave).

In chiusura di articolo si parla anche di Aristide e della "ventilata" iniziativa incentrata  sulla "proposta di autocertificazione (...). Tutte le aziende che non usano i trucioli nei loro vini potranno dichiararlo in un database consultabile su Internet, e avranno il supporto della comunicazione di blog, newsgroup, forum, e magazine on line".

L'ottima Elisabetta si riferisce al dibattito evidenziato in questo post del 20 luglio ("Partito dell'etichetta": prende forma una proposta dal Web?) e ai commenti sviluppatisi in seguito. La pausa d'agosto ha rallentato lo sviluppo dell'idea e sono pertanto qui a rilanciarla a tutti gli amici che ne hanno condiviso l'impostazione sin dall'inizio e a tutti coloro che vorranno unirsi in itinere.

Aristide sottolinea che usare trucioli per "affinare" il vino è senz'altro una pratica legale (vedasi Regolamento CE 2165/2005). Non dichiararlo in etichetta e affermare che il vino in bottiglia è stato, per esempio, "affinato per 12 mesi in piccole botti di rovere francese"  è un rischio concreto di truffa commerciale nei confronti dei consumatori.

Non critico affatto il ricorso ai trucioli da parte di quei produttori che intendono la concorrenza con i vini del Nuovo Mondo come un fattore esclusivamente basato sulla politica di prezzo. Se vogliono limitarsi ad usare solo questa leva competitiva, a prescindere dal prodotto in bottiglia, sono affari loro. Riceveranno dal mercato quello che hanno seminato in questi anni.

L'uso dei trucioli sembra invece essere la scorciatoia ideale per conferire aromi di legno al vino, allo scopo di coprire difetti della materia prima o della vinificazione o aggiungere quel sapore così "internazionale", risparmiando sui costi delle barrique vere. L'effetto più preoccupante di questa vicenda, è che si svolge sul terreno sdrucciolevole della manipolazione fisico-chimica del vino e, allo scopo di ridurre ulteriormente i costi e la praticità di applicazione, si arriverà a sostituire i chips con liquidi o polverine magiche dal medesimo effetto (ne abbiamo già parlato qui e qui), della quale salubrità vorremmo si svolgessero studi e analisi approfondite. Bene, Aristide non critica nemmeno questi produttori: semplicemente non vuole comprare i loro i vini. E vuole informare i consumatori affinché scelgano liberamente cosa fare.

Un altro aspetto della vicenda riguarda l'alterazione delle condizioni di concorrenza: un produttore che ricorre alla barrique e, quindi, non usa trucioli, si trova in svantaggio rispetto al produttore che li usa e non li dichiara in etichetta o dichiara di usare anch'esso la barrique (ancora una volta: quest'ultima è una truffa). Il primo produttore non può dichiarare esplicitamente in etichetta che non usa trucioli. Occorre quindi dargli un'alternativa.

L'idea "Chips Free" è semplice. In attesa che le Autorità competenti autorizzino con apposita disciplina l'indicazione in etichetta della presenza di trucioli nel vino, e che autorizzino parimenti l'indicazione da parte del produttore del non impiego di trucioli, ho proposto - e cominciato a condividere con alcuni di voi - di realizzare un archivio elettronico dei produttori e rispettivi vini che siano esenti da trattamento con trucioli di rovere.
Lasciamo che i produttori auto certifichino il "non-ricorso" a questa pratica, accedendo gratuitamente a questo servizio. Lasciamo che i consumatori e gli operatori del settore possano consultare liberamente questo database. Lasciamo che il "controllo dal basso", nel tempo, si imponga sui controlli dall'alto.

Lasciamo che l'informazione libera consenta a tutti di fare libere scelte.

Chips Free

  • Il nome: nasce con un nome inglese perchè è sintetico, è internazionale, è chiaro. Non ha un tono negativo, non vuole colpevolizzare chi li usa, vuole premiare chi non li usa.
  • Cos'è: nelle mie intenzioni sarà un archivio elettronico (database) consultabile da chiunque via Internet. Vorrei fosse facilmente "ospitabile" all'interno di qualsiasi sito Internet o wine blog. Potrebbe anche essere un sito Internet ad-hoc dove tutti convergono per leggere e aggiornare le informazioni, ospitando allo stesso tempo sui propri siti i dati via via archiviati.
    Per cominciare rapidamente, sarà ospitato su Aristide (e altri siti e wine blog che aderiranno) in forma di lista dei produttori/vini autocertificati.
  • Che informazioni contiene: dati anagrafici del produttore che si autocertifica, i vini per etichetta e annata esenti da vinificazione con trucioli, eventuale indicazione di quali altre pratiche enologiche utilizzate e quali coadiuvanti enologici non siano stati utilizzati. Il termine eventuale indica che è da discutere l'inserimento di queste ultime informazioni: detta in altri termini, il consenso sull'opportunità di autocertificare il "non uso di trucioli" è unanime, non è così per i coadiuvanti enologici ed altre pratiche.
  • Cosa occorre fare: il produttore che desidera autocertificare i propri vini invierà via email o fax un modulo di autocertificazione, scaricabile prossimamente all'attivazione della pagina.

Questa è in sintesi l'idea, una piattaforma aperta alla quale può aderire chiunque.

----------------------------

Ecco la copia dell'articolo pubblicato sull'Arena del 1.9.2006: "Trucioli nel vino? Verona dice no, ma...", di Elisabetta Tosi.

AGGIORNAMENTO: E' del 6 settembre un nuovo pronunciamento contro l'uso dei trucioli. Questa volta tocca al Consiglio di Amministrazione della Strada del Vino Valpolicella per bocca del suo presidente, Pietro Clementi. Qui l'articolo al riguardo.

Richiami ai post precedenti di Aristide sull'argomento:

TrackBack

URL per il TrackBack a questo post:
http://www.typepad.com/t/trackback/164953/5864829

Di seguito i weblog con link a Vino "Chips Free" - la proposta:

Commenti

Caro Giampiero, complimenti per la completezza del tuo post e per l'ottimo servizio che stai dando a tutti i lettori e consumatori consapevoli.

A partire dall'antica proposta - quasi per scherzo - del "partito dell'etichetta", di cui parlai su IHV e poi anche sul blog, ne è sortita una bellissima sinergia che coinvolge spontaneamente chi sul web decide di cooperare anche al di là di sigle e siglette. Ribadisco la mia più completa disponibilità a dare visibilità e spazio al progetto.

Ottima idea, condivido in pieno il parere di Filippo. Però mi sorge un unico, per me importante, dubbio: come difendersi da eventuali autocertificazioni false?

Le autocertificazioni false? Non si può fare niente, non è quello lo scopo di questa iniziativa mi pare. Se uno dichiara il falso volontariamente, visto che non c'e' obbligo, è una persona in malafede. Ci sono, pazienza. Starà alla coscienza di ognuno. Tuttavia sono sicuro che, se succederà, sarà solo una piccolissima minoranza. E' meglio essere positivi.

Gianpaolo centra il punto.
La proposta "chips free" si fonda su:

- responsabilità individuale
- nessun controllo burocratico
- criteri semplici

Il costo dei controlli supererebbe il costo "sociale" provocato da produttori che dichiarino il falso, costo che finirebbe per ribaltarsi sulla loro stessa reputazione e sul marchio aziendale.

L'importante è che esista un controllo "dal basso", ovvero un controllo esercitato dagli operatori del settore come pure dai consumatori. Più è ampia l'informazione e il numero di chi ne fruisce (produttori in "input" e consumatori in "output"), maggiori sono le probabilità che l'informazione sia corretta.
Per questo è importante che l'iniziativa sia sostenuta dal più ampio numero possibile di comunicatori.

Sarebbe molto interessante verificare se esistono iniziative simili in altri settori merceologici in Italia o all'estero.

Per quanto riguarda i "controlli", che rappresentano un aspetto chiave del successo dell'iniziativa - forse quello più importante - io temo che si tratti di una bella "gatta da pelare". Esistono sistemi fisico-chimici per stabilire se un vino è stato "elaborato" con chips? Potrà funzionare il "neighbourhood watch" tra i produttori. Immaginate "comitati" di consumatori che entrano in cantine "senza preavviso" per verificare la correttezza delle autocertificazioni?
Credo si tratti di solo di alcune delle tematiche da approfondire (se non è già stato fatto in passato su questo weblog o in altri).
Scusate il ruolo di "avvocato del diavolo" che mi sono attribuito.
In bocca al lupo e "in alto i cor".
:-)
Stefano

Come giustamente dice Giampiero, il sistema non può essere basato su dei controlli, ma solo sull'autocertificazione.
Ci sarà sempre chi farà il furbo, ma sicuramente il sistema terrà viva l'attenzione su questo problema, sperando che un domani il database diventi inutile perchè sulle bottiglie sarà possibile scrivere "cosa non si usa".
Consideratemi ovviamente disponibile
ciao,
max

Max, l'autocertificazione senza qualche forma di controllo non funziona. Infatti Ari parla di forma di "controllo dal basso" (cribbio Ari, mi sei diventato maoista?). Quale sarebbe l'incentivo per un produttore di aderire all'iniziativa se non sapesse che la sua "reputazione" potrebbe essere posta in discussione? e "porre in discussione" è possibile solo se opera un sistema di verifica. Quale? Non ne ho idea. Anche per questo ho suggerito di controllare se esistono iniziative simili in altri settori merceologici. C'è inoltre un altro problema legato al sistema di verifica. Si tratta della reputazione non dei produttori ma del sistema di autocertificazione stesso. Infatti le due reputazioni vanno di pari passo. Il sistema di autocertificazione potrà essere efficace se e solo se avrà la possibilità di smascherare i mendaci e solo in questo caso i probi potranno aderire al sistema stesso con convinzione, attivando un circolo virtuoso che produca "massa" cioé un impatto sociale concreto. E' tutta una questione di "fiducia" e di regole, ma anche in questo caso contano sia la qualità che la quantità.
La mia opinione è che l'idea vada studiata con maggiore attenzione in tutte le sue implicazioni organizzative e "immateriali".
Non è un giochetto volontaristico da AGESCI, è una cosa seria.
:-)
Stefano

L'articolo sull'Arena mi ha tirato addosso non pochi accidenti da parte di amici enologi e produttori (e quindi, "accidenti" benevoli ma, vi assicuro, del tutto sinceri!). Doveva uscire in agosto, è stato pubblicato il 1 settembre (!!), giusto il giorno della cena della vendemmia, con una sessantina di enologi. Vi lascio immaginare! I veronesi l'avevano letto tutti - e quasi tutti dissentivano -, agli altri l'hanno raccontato. Ragazzi, che pubblicità! A cena ero appunto nel tavolo delle "autorità" con il presidente dell'Assoenologi Veneto Occidentale, Daniele Accordini, ma soprattutto con lo sponsor della cena, Marzo Dal Cin, persona squisita, e un grande nome nel settore dei prodotti per l'enologia. Ebbene, mi ha rivelato di essere stato proprio lui, contro il suo interesse, ma consapevole delle sue responsabilità di chimico, a mettere in guardia, qualche anno fa, il cda dell'Unione Italiana Vini (di cui fa parte) sui pericoli che possono derivare da un atteggiamento troppo permissivo nei confronti dei chips. No, Stefano,non mi pare che esistano sistemi fisico-chimici per stabilire se un vino è stato "elaborato" con chips. Ma i trucioli sono forse il male minore. La segatura infatti fa lo stesso effetto...e costa ancora meno.
Ragazzi, non so voi, ma io, d'ora in poi, pretenderò di bere solo vini elaborati in acciaio. Amarone compreso!! (Amarone Il Fornetto a parte, ma quello so come lo fa...).
Ben venga perciò il database Chips Free.
E voglio vedere chi avrà il coraggio di giurare il falso...
Ultima cosa: il regolamento europeo sull'utilizzo dei chips è alle ultime battute in questi giorni.
Preparate le autocertificazioni.

Lizzy

@ Stefano Frega.
Immagina di essere un produttore.
Fai il vino con i chips e, contemporaneamente, autocertifichi il falso aderendo all'iniziativa chips free. Tutto va liscio, per un po'.

Un giorno, in un modo o nell'altro, qualcuno viene a saperlo.
Tu produttore, hai perso tutta la tua credibilità verso il consumatore. La notizia tra l'altro, in rete viaggia alla velocità della luce. Sarebbe molto ma molto difficile riparare ad un errore del genere.

Sarebbe davvero molto stupido fare "i furbetti del quartierino".

@Filippo
Il problema sta tutto in quel:
"Un giorno, in un modo o nell'altro, qualcuno viene a saperlo".

E attenzione, questa frase ha una doppia implicazione problematica: una temporale (quando sarà quel giorno?)e una seconda riguarda la modalità di acquisizione dell'informazione.

Amici, veramente la tematica è molto più complessa di quanto si possa pensare. Nella mia microscopica enclave professionale, mi capita di occuparmi - di quando in quando - di "codici auto-imposti" e responsabilità sociale d'impresa. Vi assicuro che la questione è importante ma va studiata con grende attenzione.
:-)
Stefano

Le collaborazioni "dal basso", le iniziative spontanee, il contributo low o zero cost a progetti ed iniziative meritevoli, sono il sale del web collaborativo. Mai sentito parlare di GNU license, open source o cose del genere ?

C'è uno sparuto gruppo di persone in rete che crede che questo sia possibile. C'è uno sparuto gruppo di persone, anche non in rete, che crede che la fiducia, il buon senso, l'onestà siano qualità ancora riscontrabili in diversi individui del pianeta.

Dal punto di vista organizzativo, sono d'accordo, si può e si potrà migliorare molto ma per quanto riguarda l'idea di fondo - l'autocertificazione senza controllo - è proprio un modello che si condivide o meno. Un modello, attenzione, che non è privo di conseguenze per coloro che ne violano i principi.

Un esempio ?
La perdita di credibilità e fiducia da parte del pubblico di riferimento. Ti pare poco ?

Quanto ai fattori modalità / tempo relativi all'acquisizione dell'informazione (il produttore x ha mentito), dal mio punto di vista è sono fattori che devono preoccupare il produttore in difetto, non tanto il sistema. Anzi, la forza di un sistema di questo tipo, sta proprio nell'autoresponsabilizzazione. Creare vincoli e meccanismi di controllo non potrebbe che far venire meno il modello ed implicherebbe, automaticamente, il passaggio ad altro sistema.

Non discuto quindi i tuoi rilievi nella sostanza ma in quanto applicati a questo specifico tipo di modello. :-)

Uh Oh...
Qui viene il bello. Applicare un modello tipico dello sviluppo di una miriade di inziative su Internet ad un settore così old-economy come il vino. In realtà, ciò che accomuna i due mondi è la parte "soft", ovvero l'informazione.
Bene. Più persone accederanno a "chips free", più informazione sarà messa in circolo attivando potenziali forme di controllo, più produttori saranno attratti dall'iniziativa, ecc.
Tutto si fonda sulla responsabilità dell'autocertificante, su numeri significativamente alti di utenti e produttori, e tempo necessario per conseguirli. Blogger e comunicatori vari saranno di grande aiuto diffondendo l'iniziativa e ospitandola sui loro stessi blog o siti. Ma occorrerà tempo.

@Stefano
Sono osservazioni serie e fondate le tue (come sempre). Mi convince molto l'affermazione: "le due reputazioni vanno di pari passo", quella del produttore e quella del sistema di autocertificazione.
Occorrerà senz'altro grande attenzione nell'impostare il tutto, ma la grande trasparenza del sistema, il libero accesso ad esso, e la semplicità delle regole dovrebbero consentire una facile auto-correzione in caso di problemi.
Ripeto: servirà l'aiuto di molte persone, non può essere un'iniziativa gestita da un singolo.

Dai commenti di Filippo traggo l'impressione di non essermi spiegato bene. E' probabile che la chiarezza di idee emerga un po' alla volta. Il mio vuole essere solo un modesto richiamo ad affrontare la questione in modo "serio", cioé con cognizione di causa della complessità di ciò a cui si intende dare vita.
Una delle prime cose che mi vengono in mente per cercare di ridurre il rischio di "cheating" è la seguente: Chips Free non potrà essere privo di un "codice di condotta", semplice e chiaro, che fra le varie cose dovrà contenere un impegno da parte di tutti coloro che aderiranno all'autocertificazione a rendere disponibile l'accesso alle proprie strutture produttive a chiunque desideri farlo. Detto così sembra semplice, immagino che realizzarlo possa essere molto più complesso.
In generale credo che l'autocertificazione altro non sia che un elemento di un "sistema" un poco più complesso di auto-regolazione di produttori. Poiché è probabile (e lo auguro a tutti) che una certa tipologia di prodotto possa essere un giorno fonte di redditi significativi, più aumenta tale incentivo ad unirsi al "gruppo" ovvero, più aumentano i membri del gruppo stesso, maggiore diviene l'incentivo al free-riding ovvero ad assumere comportamenti opportunistici da parte di alcuni membri. Se il sistema di autocertificazione non prevede regole che de-incentivano l'opportunismo, il sistema è destinato a morire o per perdita di credibilità o, molto più semplicemente, per irrilevanza sociale.
Si tratta solo di osservazioni buttate un po' a caso. Ripeto, vi invito ad approfondire la tematica. Verificate se esistono esperienze simili in altri settori.

Perdonate il cinismo, ma non riesco a condividere del tutto la preoccupazione che si autocertifichino anche produttori "chips? Yes, thanks!". Per due motivi: chi usa le chips in genere fa grandi volumi. E chi fa grandi volumi in genere non si preoccupa che un gruppo più o meno sparuto, per quanto in crescita, gli faccia la guerra su Internet, perchè la solita casalinga-buyer di famiglia non consulta Google prima di fare la spesa.
Secondo: chi si autocertificherà? i medio-piccoli, ovvero chi fa volumi tali da trovare interessanti anche poche migliaia di potenziali clienti. Ergo, non mi porrei il problema più di tanto.
Anche se, sempre a sentire il dott.Dal Cin, nel momento in cui i chips saranno legali, e quindi usabili da tutti, i "big" che finora li hanno usati in maniera più o meno carbonara...smetteranno di farlo.
Perchè verrà meno l'elemento che li distingueva, ovvero "vino finto-importante" a prezzi da saldo di fine stagione.
No: i veri "furbi" saranno davvero quelli che si autocertificano (dicendo il vero).
Perchè si ritroveranno tanta bella pubblicità gratuita in giro per la rete, a costo zero.

Lizzy

Ultim'ora: poichè, temo, molti di voi non sono abbonati al Corriere Vinicolo (male!! cosa aspettate a farlo?! :-)), vi segnalo una notiziola che, per me e qualcun altro, è leggermente inquietante: il Mipaaf (Ministero delle Politiche Agricole Alimentari Forestali, ndr.) ha stipulato un contratto di filiera con la Caviro (!) di appena (si fa per dire) 8 milioni di euro, "per la valorizzazione delle produzioni vitivinicole di maggiore qualità" eccetera, in Sicilia, Toscana ed Emilia Romagna.
E per la promozione del "Friulano" di milioni ne daranno 5. Tutto bene, tutto bello, per carità, honny soit qui mal y pense! (si dice così, Ari?).
Ma...quanto pensano di destinare, o hanno deciso di destinare, per la comunicazione dei vini al truciolato (giusto per rassicurare i consumatori, intendo..)?
o le nostre sono solo chiacchiere da salotto?

Lizzy

Humm, due regioni rosse su tre.
Interessante.

Oops tre su quattro.
S.

Non vorrei scivolare off-topic... ma scommetterei che la consulenza sulla valorizzazione delle produzioni vitivinicole di maggiore qualità venga magari affidata ad un noto istituto di ricerche bolognese, già osservatorio privilegiato delle dinamiche del sistema agroalimentare ed un punto di riferimento del dibattito di politica economica di settore...

Certo che, fra tutti e due... !!
tutti seguaci di Andreotti? "A pensar male, eccetera..."??
Magari la scelta delle regioni è determinata solo dai possedimenti - scusate: dai vigneti dei soci, la Caviro è pur sempre una cooperativa - dell'azienda...

;-))

Lizzy

Sono completamente d'accordo con Filippo. Totalmente in disaccordo con Stefano.

E' proprio, come giustamente detto, un modello diverso.

L'autocertificazione rende superflui i controlli, perché si base sull'onorabilitò della persona, non sul codice penale. Non si rischia la vita se si mettono i chips, si rischia di fare una figuraccia se si scopre che li hai usati, e alla fine succede. Quindi dichirando che non li uso faccio un esercizio di principio assolutamente volontario, che in quanto tale chiama in gioco la mia parola, la mia serietà. Che conta di più, nel business, specialmente se si vuol stare in rete dove è difficile nascondersi dietro un dito. Metto la mia credibilità a rischio per guadagnarmi un grammo di fiducia sulla rete? Il deliquente di professione se ne frega, e va diritto per la sua strada. E noi pure.

Per contro, se si mettono delle "regole", dei controlli, la cosa, paradossalmente, finisce proprio per attirare il malintenzionato, che in quanto tale ben sa pararsi il didietro da ben altri controlli che un gruppetto di appassionati che prende l'appuntamento per ficcare il naso nella vasca.

O ci credi, oppure no, e allora non c'e' controllo che tenga. Si falsificano le fascette DOCG del poligrafico dello Stato, figurati il resto.

@Giampaolo
Alla luce dei tuoi commenti e di quelli di Filippo, mi viene veramente il dubbio di non aver compreso la natura dell'iniziativa Chips Free.

Vediamo se è così. Chips Free è un database elettronico a cui possono accedere tutti i produttori di vino. Alcuni di questi, convinti che l'utilizzo dei trucioli in vece della barrique rappresenti una forma di "inganno" nei confronti del consumatore (che da par suo non ne vuol sentir parlare di acquistare un vino "truciolato" spacciato per "barricato"), alcuni di questi vignaioli, dicevo, dichiarano pubblicamente (nel suddetto database) che il loro vino è prodotto senza fare ricorso ai "chips". Al "chips loather" - il nostro consumatore che non ne vuole sentir parlare di acquistare vino "cippato" - viene così messo a disposizione uno strumento informativo che gli consente di effettuare una scelta "consapevole". Si instaura dunque un rapporto virtuoso fra un certo tipo di vignaiolo/produttore e un certo tipo di consumatore. So far so good.
Possiamo ragionevolmente presumere che agli inizi dell'attività di Chips Free, all'iniziativa aderiscano solo i "duri e puri" cioé solo coloro che effettivamente producono senza fare riscorso ai chips. Nessuno può ragionevolmente porre in discussione la loro buona fede e il consumatore può stare tranquillo.
I problemi possono nascere dopo. Il database si espande, le autocertificazioni montano e i nomi si moltiplicano. Alcuni sono noti, altri meno. Altri ancora non godono di una buona nomea. Il nostro consumatore "chips loather" comincia ad avere dei dubbi.
La fiducia comincia a vacillare ma, nonostante tutto, tiene. Un giorno, un anonimo blogger ligure, scopre in modo fortuito che un produttore autocertificato, ha mentito. Il suo vino, ufficialmente barricato, è in realtà cippato. Esplode il caso nella blogosfera ... e il produttore mendace viene espulso da Chips Free e additato al pubblico cioé internettiano ludibrio.
Ma che ne è del nostro consumatore consapevole? Scosso dalla vicenda, comincia a porsi delle domande. Digita www.chipsfree.trust e legge con maggiore attenzione le dichiarazioni di principio che fondano l'Istituzione. Poiché il suddetto sito è stato disegnato da Ari, è certamente user-friendly, ciò nonostante, alcune mezz'ore di navigazione non gli consentono di trovare alcun luogo dove i vignaioli/produttori autocertificantesi si impegnano a rispettare un codice di comportamento che li vincola alla trasparenza riguardo il contenuto della loro autocertificazione.
Cade il collegamento Alice 20 Mega appena attivato su sollecitazione diretta di Afef T.P. (la caduta della 20 MB è ormai un'esperienza quotidiana) e il nostro consumatore ha finalmente il tempo di porsi la domanda: "se il blogger ligure ha beccato il mendace (per caso), chissà quanti altri impostori potrebbero aver aderito a Chips Free". La sua fiducia è scossa. Triste, torna a frequentare "Vino al vino" per avere qualche consiglio su che cosa bere (ma non prima di aver disdetto il contratto Alice 20 MB ed essere tornato a Tele2 ADSL).
Nel frattempo, i Founding Fathers di Chips Free vivono un momento neo-costituente innescato da una caduta vertiginosa delle pagine consultate del sito www.chipsfree.trust. Va recuperata la credibilità di un tempo. C'é la necessità di attivare un sistema più rigoroso. L'autocertificazione da sola non basta. E' necessario che gli impegni degli aderenti siano più ampi e soprattutto che questi prevedano un sistema di verifica aperto. Nessuna o pochissima burocrazia, nessuna "polizia etilica", solo impegni maggiormente strutturati di trasparenza. Sarà sufficiente? si chiedono i Founding Fathers. Probabilmente sì, per un certo periodo, poi chissà ... homo homini lupus, scrive Aristide in una mail privata al suo carissimo amico Stefano Frega che replica - significativamente - con una citazione modificata da uno dei simboli del capitalismo:
"In Chips Free we trust"!
:-)

Stefano, che vuoi, magari hai ragione tu ma mi sembra che al di là di una piacevole prosa, tu non ti sia scostato di un millimetro dal tuo pensiero iniziale.

Un codice ?
Magari ci vuole, è che io ne sono allergico, un po' come alle etichette (intese come identificative di un gruppo o di una "elite").

Qui non si vuole fare a "buoni e cattivi". Semplicemente è vivo il desiderio di conoscere, censire e dare visibilità a quelle aziende che non mettono la segatura nel vino. Mi sembra un buon punto di partenza - un macropunto se vuoi - per la via verso l'autocertificazione anche per solforosa (indicazione precisa del quantitativo) ed eventuali altri "ritocchi" di cantina.

Il problema è che la rete è bella ma ci vogliono cose semplici perché possano avere un seguito, non dico virale, ma almeno apprezzabile. Se cominciamo a mettere troppi paletti o troppa carne al fuoco non si va da nessuna parte.

Oddio, rischio di sembrare democristiano anch'io ma tante volte la giusta via sta nel mezzo. Io penso che si possa benissimo partire con questo modello per poi migliorarlo via via in corso d'opera.

Sono certamente visioni contrapposte la mia e la tua ma un tizio 8 anni fa quando pensai per la prima volta a TigullioVino.it mi disse : l'importante è cominciare, non importa come.
Questa affermazione ha parecchi punti di debolezza ma nella pratica si è poi rivelata vincente. Se ci avessi pensato troppo forse il sito sarebbe migliore ma non avrebbe avuto i risultati odierni.
Quindi, partire subito è a mio avviso importante per non rischiare di non fare nulla. Anzi, la concomitanza con l'approvazione in sede europea è il momento migliore per lanciare l'inziativa.

Non nego, poi, la mia allergia alle etichette : biodinamico, vino moderno, vino tradizionale, vino barricato, vino al truciolo e...perché no, vino chips free. Ma è un mio problema e poi ci sono etichette ed etichette. Ritengo che questa iniziativa possa relamente motivare il produttore a perseguire una strada di chiarezza e trasparenza, nel rispetto dei colleghi e del proprio mercato.

In fondo qui ci si muove su un piano differente rispetto ad altre iniziative: intanto stiamo parlando di un movimento (o come lo volete chiamare) che non ha alcuno scopo di lucro - anche se il nome si presta senz'altro ad ottime speculazioni. Poi, la differenza che corre tra un vino con chips e un vino senza è la stessa che passa tra vino e bevanda al vino. Diviene importante certificarlo in un modo o nell'altro. Veramente, mi rifiuto di bere vino con la segatura dentro (e con molte altre cose, ma cominciamo da quelle più semplici).

In principio mi ero fermato alla necessità di un poco di chiarezza in più in etichetta (vedi il c.d. "Partito dell'Etichetta") ma se si può fare qualcosa di concreto, dal basso, perché non provare ? Alla peggio non avremo combinato nulla.

Amico-chips (free).

Filippo: le nostre posizioni non sono per nulla così distanti.
A me sembra che "Chips Free" sia una buona idea, ritengo però che vada maggiormente articolata. La sola autocertificazione non è sufficiente.
Non ho mai pensato alla creazione di una "polizia etilica" o altro sistema di controllo. Mi sembrerebbe sufficiente la definizione di una "codice di condotta" che contenga - fra l'altro - un forte impegno di trasparenza su tutte le fasi di produzione.
Chips Free potrebbe essere il primo passo per la diffusione di un più ampio "movimento" per la promozione di buone prassi nel settore viti-vinicolo. Se avrà successo contribuirà all'istituzionalizzazione di quelle stesse prassi e in quel momento avrà raggiunto il suo obbiettivo istituzionale.
:-)

Provo a dire la mia quanto piu' brevemente: sono in disaccordo con Stefano e d'accordo con Filippo.

Partiamo da quanto Fil dice, opportunamente: non si tratta di dire chi e' bravo e chi e' cattivo, si tratta di conoscere. Da che e' iniziata questa cosa dei chip non mi stanco di ripeterlo: nessuno fa outing tra i produttori e dice: io li uso. Si puo' sapere perche'? Provo a fare un paio di ipotesi. E' possibile che noi, qua dal basso, siamo gia' abbastanza virali da rompere le scatole. E se questo fosse vero, l'iniziativa Chips Free parte vincente. Seconda ipotesi, i vini chippati sono qualcosa di cui francamente vergognarsi, e qui non commenterei oltre. Ripeto fino alla nausea: questi dannati chip sembrano richiesti a gran voce da molti: possibile che nessuno si faccia avanti a difenderli? E mi riferisco ai produttori, siccome qualcuno nella stampa ha gia' fatto encomiabilmente outing (vivaddio!) mettendoci la faccia (uno per tutto, Manti de Il Mio Vino - sic!). Ma queste prese di posizione tra i produttori non si vedono; e chi ci rimette siamo noi, ai quali si nega la conoscenza.
E allora, ben venga questa iniziativa; i bachi che segnala Stefano Frega sono ampiamente patchabili in corso d'opera; e comunque, quale alternativa ci e' data? Molti enti di tutela ultimamente hanno rumoreggiato contro i chips, ma iniziative concrete, zero. Se si eccettuano impraticabili vicende pittoresche come quella del sindaco di Torrecuso, opportunamente impallinata dal Franco Tiratore, all'orizzonte non si vede nulla che possa concretamente informare il consumatore, e dare pure un segnale forte.

Questo dovrebbe farci riflettere sul perchè alcune cantine mettono i trucioli ed il motivo è semplice: è fico dire che un vino è barricato e chi non ha un vino barricato è scemo.

Mi inserisco con una considerazione/dubbio.

Siccome non è ancora possibile scrivere chiaro in etichetta "chips free" (giusto?), il produttore lo scrive in una sorta di etichetta virtuale sul web. Ma non è la stessa cosa? Se lo posso davvero fare e dichiaro il falso, non incorro negli stessi rischi legali del dichiarare il falso in etichetta?

Luk

Bé, Stefano, adesso ti che ti sei scostato. Cioè, non contesti più il modello e proponi il solo codice. Secondo me del codice - che può effettivamente essere utile - potrebbe occuparsene l'ottimo Ari. Ma una roba semplice semplice eh ! :-)

Ma non basta dire "il mio vino è chips free"?
Che interesse crediate possa avere un "cippatore" di vini - gente, che italiano sta venendo fuori da queste discussioni... :-( bacato come certi vini! - a dichiarare il falso? Io la categoria "produttori" la conosco bene e da quel che so vi assicuro che ai "cippatori" dell'autocertificazione, di Internet e del suo popolo, non gliene frega nulla. Se fossimo negli USA il discorso sarebbe diverso, ma in Italia gli agricoli sono fermi, come mentalità di comunicazione, agli anni '50. Non crediate che siano tutti come Gianpaolo, lui è l'eccezione che conferma la regola.

Lizzy, tu imposti sempre l'equazione vino chippato=vino economico di largo consumo. A loro penso che di noi non importi francamente nulla (anche se il post di Ziliani sulla campagna pubblicitaria del tavernello qualcosa ha mosso).

Il problemone sarà di chi (e ci sarà senz'altro, ma pazienza) metterà in vendita barolo chippato a 30-40 euro, e sarà pure buono, ci scommetto! Non sottovalutiamo gli enologi. Magari qualcuno ci scapperà dentro il data base, ma IMHO sarà solo un rumore di fondo.

Luk

@Filippo
Francamente a me sembra di non aver mai contestato nulla né di aver modificato la mia posizione. Ma non importa. Ciò che ho cercato di fare è rendere più "complessa" la questione.
Un eventuale codice non potrà non contenere un riferimento ad un sistema aperto di verifiche (leggi: trasparenza e disponibilità ad aprire le cantine per chi volesse visitarle, anche senza un particolare preavviso) come avevo accennato agli inizi della nostra discussione. Le technicalities le lascio agli esperti del settore.

@Lizzy
Mi attribuisco la responsabilità di aver introdotto il termine "cippatore" e derivati. Ci scappa che fra qualche anno sia nel Devoto Oli.

Riguardo la tua osservazione:

Ma non basta dire "il mio vino è chips free"?
Che interesse crediate possa avere un "cippatore" di vini - gente, che italiano sta venendo fuori da queste discussioni... :-( bacato come certi vini! - a dichiarare il falso? Io la categoria "produttori" la conosco bene e da quel che so vi assicuro che ai "cippatori" dell'autocertificazione, di Internet e del suo popolo, non gliene frega nulla.

Il problema è che ne va non solo della reputazione dei produttori autocertificantesi ma ma anche del sistema stesso. Come accennavo, le due reputazioni vanno di pari passo.
Immagina se nel giro di 12-36 mesi (basta poco, veramente poco per creare una fashion-tide) il vino Chips Free prendesse piede e diventasse un business vero e proprio. Si scatenerebbero gli interessi più diversi e, parallelamente, la probabilità di cheating aumenterebbe esponenzialmente.

Salve, ciò che avete scritto è molto bello e interessante. Approfondito pure e di certo non si proponeva di essere esaustivo sull'argomento. In effetti restano non pochi buchi. Sì, sono andreottiano, dopo una giovanile fase illuministica sono ora assai pessimista circa l'uomo e la capacità di autoregolarsi. Tornando a noi: si parla del consumatore. Ma di chi parliamo? Di chi ama il vino visita questo ed altri qualificati siti o di chi fa numero (volumi, in termini d'affari e chissà che gli frega a lui della bariqque)? O ancora di chi (sentita) dice al wine bar di tendenza "non mi dia un vino del Sud, sono pesanti! Mi dia un Primitivo..."? I produttori? Onesti? Alcuni...ma suvvia nell'epoca del trend del vino bariccato ho visto grandi nomi bariccare l'imbariccabile (scusate il gioco di parole...) alla faccia delle porcate al sapore di legno e vernice che ne uscivano. Il ricorso al truciolo è solo questione di quanto fa fico il vino barricato o un tentativo di resistere all'invasione del mercato da parte di extra-europei che per pochi soldi soddisfano molti clienti? Sarà ma al metanolo s'è reagito -mi pare- con controlli più severi... W l'out source ma nel vino...non saprei. Della gogna che ne verrebbe nella comunità on line a che bara...mah mi sa che gli fa un baffo. E' vero i furbetti del quartiere vengono scoperti, ma in questo paese -ahimè- basta poco tempo (Tangentopoli e Calciopoli docent...) perchè tutto passi, tutto sia dimenticato e si sia riabilitati. Scusate la prolissità provo a chiudere: volumi o qualità? Di quest'ultima a quanti gliene frega? Quanti -di coloro che contribuiscono alle grandi vendite conoscono la viticoltura eroica, Josko e altre finezze? Io e voi forse non berremo mai un vino cippato, ma il mass market? E se fossimo produttori: soccombere agli australiani&co. o adattarsi? Non so...Scusate se non ho ortato un grande contributo ma solo dubbi

Scusate l'ignoranza, ma che male fanno i trucioli al vino? Se questi fossero davvero dannosi, sarebbero da censurare da una apposita commissione sanitaria; se questa pratica non dà qualità al vino, i consumatori se ne accorgerebbero e non comprerebbero più quel vino. Quindi non capisco il bisogno di troppe informazioni in etichetta: il vino va assaggiato, degustato e se piace va ricomprato! Insomma, ritengo che se uno davvero se ne intende, non ha bisogno di farsi condizionare da ciò che sta scritto; per chi non se ne intende... beva qualsiasi cosa, purchè non nociva!
Paolo B. TA

Ecco, è proprio lì uno dei punti: "chi non se ne intende, beva qualsiasi cosa purchè non nociva!"
E' il concetto di fondo. Il vino "cippato" - scusa, Stefano! vorrà dire che ti pagheremo le royalties, ;-) - è qualcosa che si spaccia per un'altra. Perchè un povero non-intenditore deve bere una cosa per l'altra, solo perchè non fa male?
E chi l'ha detto che i trucioli "non fanno male" al vino? Ne alterano certe caratteristiche organolettiche, gli conferiscono profumi e sapori che l'uva da cui proviene non ha visto nemmeno in fotografia. In una parola, è una truffa. Legalizzata, piacevole, tutto quello che vuoi: ma sempre una truffa. O meglio, una bugia, un falso. Certo, de gustibus... nel mercato c'è spazio per tutti (o quasi): in fondo quello che compra il falso Chanel n.5 lo trovi sempre...
Ma è questa stortura mentale di fondo che non va bene. Non tutto quel che è possibile fare è lecito, conveniente, giusto.

So di rendermi impopolare, ma io non credo che il vino cippato sia di per sé una truffa. Credo che sia l'etichettatura che non obbliga a riportarlo, che sia fuorviante. A me non scandalizza che a qualcuno convenga il chip e a qualcuno faccia piacere berselo, si beve di tutto al mondo, anche molt