Secondo intervento di Terry Hughes, il nostro "corrispondente" da Manhattan, New York. La prima parte la trovate qui.
Come già accennato, ho
scambiato alcune impressioni con l’indaffarata, ma gentilissima, buyer di vini italiani
alla Astor Wines, Lorena Asencios. Abbiamo discusso della situazione
di mercato attuale per i vini italiani negli USA: ne emerge un misto di buone e cattive notizie, per
lo più buone, ma anche un gran caveat centrato sui vignaioli italiani, come vedrete.
Tutti vogliono andare in Cielo ma nessuno vuole morire Però i commenti di Lorena
suggeriscono un problema di
posizionamento, di tipo quasi australiano nelle forme e dimensioni: “I nostri clienti bramano buoni vini per meno
di $10. E’ stato sempre così, ma non è
affatto facile trovare vini di qualità che possiamo offrire a meno di
$10. Il mercato annega in vino malfatto,
steroidale. E’ questo un dilemma non
solo in Italia, ma nel mondo intero.” Amici Italiani, sono io il
solo a vedere una situazione insostenibile? Bisogna cedere il mercato USA agli Australiani ed Argentini, venditori di prodotti
economicissimi, dallo Shiraz pesante
e dolce al Malbec spesso adulterato e vile? Se lo cediamo a costoro,
quanto vuole pagare l’America per un Super-Cirò? O un Super-Frappato?
A $15, $20, può darsi. A $40, $60, fuggeddaboutit ! Ancora Lorena:
In ogni caso, Lorena ci dice che la
gente compra maggiormente vini autoctoni perchè ce ne sono sempre più da comprare: ecco l’importanza della grande distribuzione americana, che non smorza tutta l'innovazione, anzi cerca
novità concorrenziali. “Ah, bravi ‘sti
Americani!” vorrete gridare.
Per solo $10.
La sfida americana, anzi
romena
Continueranno le notizie buone e cattive.
Aristide richiama il greco aristos (ottimo, eccellente).