Chinese_wineIl fenomeno Cina muove opportunità e minacce anche nel settore del vino. Allo scorso Vinitaly se ne è parlato in un seminario dedicato all’argomento, come pure ampio risalto è stato dato al fenomeno della "copiatura" dei vini. L’immagine a fianco era sulla prima pagina del quotidiano di Verona, L’Arena, il 10 aprile, con questa sottolineatura: " A lanciare l’allarme ieri al
Vinitaly è stato il presidente di Coldiretti, Paolo Bedoni, che
provocatoriamente ha mostrato anche una bottiglia di vino rosso cinese (della Dinasty Fine Wines Group, ndr.),
esportata da Coldiretti, e che ieri al Vinitaly gli esperti hanno
giudicato «di qualità mediocre nei profumi e nel sapore»
".

Le opportunità
Il mercato cinese è cresciuto nel 2004 del 131%, con una importazione di 500.000 casse di vino nello stesso anno (80.000 dall’Italia). I tassi di crescita dell’import enologico viaggiano ad una media del +30% anno su anno, ma il consumo di vino in Cina è ancora una nicchia di mercato. Fino al 1996 la bevanda alcolica preferita dai cinesi era il baijiu, un distillato estratto dal grano; l’allora Primo Ministro cinese, Li Peng, per considerazioni salutiste e per le preoccupazioni sulla scarsità di grano, impose il consumo di vino ai banchetti ufficiali del Partito Comunista. Con i produttori locali assolutamente incapaci di incontrare la nuova domanda, da quel momento le importazioni di vino sono cresciute vertiginosamente, fino ai giorni nostri: la crescita economica cinese ha fatto del vino in tavola, insieme al frigorifero e all’auto, uno status symbol per i nuovi benestanti cinesi, concentrati soprattutto nei
grandi centri urbani "affluenti" come Shangai, Hong Kong, e Canton.

Il consumo annuale pro-capite di vino in Cina è di 0,3 litri (poco più di 50 litri in Francia e Italia, 12 litri negli USA), mentre – tra le bevande alcoliche – il vino deve subire la forte concorrenza della birra (78% del mercato) e delle bevande alcoliche tradizionali (17%). Oltre ai dati quantitativi, gli importatori devono affrontare aspetti culturali che in quel sterminato paese non giocano – nel breve – a favore dell’introduzione del vino: i cinesi, essendo consumatori di tè, non amano le bevande fredde e con le bollicine, sembrano preferire i rossi ricchi di tannini. Anche i nomi dei vini troppo lunghi creano difficoltà, meglio nomi con al massimo tre sillabe.

Le minacce
La Cina si sta avviando ad essere un paese esportatore di vino. Fino agli anni ’80 la produzione di vino su basi non artigianali era sconosciuta. Più recentemente alcuni produttori si sono aperti alla collaborazione con vari esperti ed operatori provenienti dall’Europa, Australia e Nuova Zelanda, dando vita a gruppi che da soli controllano la metà del mercato nazionale. Da alcune ricerche Aristide ha rintracciato queste aziende:

  • Grace Vineyard, produttore della provincia dello Shanxi;
  • Dinasty Fine Wines Group, una joint-venture franco-cinese (Rémy Cointreau detiene circa il 25% del gruppo), della provincia di Tianjin, recentemente protagonista delle cronache finanziarie per il collocamento delle proprie azioni sul mercato con plusvalenze da capogiro;
  • Yantai Changyu Pioneer Wine, provincia dello Shandong, considerato il maggiore produttore cinese. L’Illva di Saronno ha recentemente annunciato l’acquisizione del 33% (44,5 milioni di euro) di questa azienda, puntando soprattutto ai loro canali distributivi;
  • China Great Wall Wine, della provincia dello Hebei, tra gli altri produttore del Cabernet Sauvignon Huaxia 1992, già protagonista nel 2004 di una contestazione pubblica da parte di un critico enologico del luogo, la signora Wu Shuxian, che affermava l’evidente falsificazione (esami di laboratorio collocavano la vendemmia tra il 2000 e il 2002). Il produttore replicò che "l’azienda è sempre stata coerente con gli standard di produzione nazionale".

Changyu_chateauTutti questi produttori sono specializzati in vini economici e orientati al mercato di massa (sic!). Del resto, la totalità degli impianti viticoli in Cina è ancora molto giovane per produrre vini di maggiore qualità. Numerosi produttori, oltre a quelli citati qui sopra, stanno investendo risorse per imitare i grandi vitigni internazionali, importando di tutto – dai vitigni all’expertise dei consulenti internazionali – cercando di acquisire in una sola generazione quanto è costato secoli in termini di tempo ad altri paesi.
Si tratta quindi di lasciar passare dai cinque ai dieci anni e, probabilmente, la Cina si affaccerà sul mercato internazionale con prodotti in grado di infastidire soprattutto i produttori del Nuovo Mondo (Australia, USA, Cile, ecc.) e, verosimilmente in una seconda fase, anche i nostri prodotti delle fasce di prezzo medio-basse.
I nostri produttori, impegnati in numerose attività commerciali per presidiare il mercato cinese (siamo il sesto paese importatore), faranno bene a non perdere di vista gli sviluppi di quel mercato, evitando soprattutto di trastullarsi dietro l’attuale superiorità dell’offerta italiana. La Cina, secondo numerosi esperti, potrebbe bruciare le tappe. Già si notano progressi interessanti nella qualità, che se mantenuti con questi ritmi porteranno in dieci anni i vini cinesi al centro della competizione internazionale con i vini del Nuovo Mondo.
Nel frattempo, la Grace Vineyard è già sbarcata in Europa, lanciando il suo marchio Tasya siglando un accordo di distribuzione per tre paesi – Lussemburgo, Belgio, UK – con la Luxembourg Fine Wines.
Qui e qui i comunicati stampa relativi al lancio.