Scaffale_1Esiste il vino perfetto?
Cosa rende un vino perfetto?
Questa sarebbe una discussione appassionante, dalle profonde implicazioni filosofiche, se almeno ci fosse discussione. Infatti, non è difficile concordare sul fatto che non esiste una misura obiettiva della qualità di un vino. Prendete uno score di 100 punti emesso da una delle grandi guide internazionali (Wine Spectator o Robert Parker) o nazionali (Veronelli o un 99 di Luca Maroni), fate assaggiare quel vino a tre esperti e non ne troverete due d’accordo tra loro.
Fine della discussione. Chi ha mai partecipato ad una degustazione di vini può facilmente constatare quanto soggettiva possa essere la valutazione delle qualità di un vino.

Resta poi da chiedersi come si possa costruire un marketing adeguato a
vendere quel vino sul mercato, considerando che il giudizio qualitativo
si fonda sull’elevata soggettività delle valutazioni. Il venditore deve
fare un atto di fede sulle dichiarazioni della critica enologica,
mettendo da parte le proprie opinioni.
E pure il consumatore deve
fare un atto di fede nel palato del recensore, affidando a lui
l’indirizzo delle scelte. Migliorando le proprie conoscenze nel tempo,
potrà cercare di individuare il tipo di critica e/o guida più adatta ai
propri gusti, operando così una sorta di segmentazione del mercato
delle guide e dei critici sulla base (ancora una volta) della propria
soggettività.

Insomma, Aristide pensa che gli attuali sistemi di valutazione che
portano a formulare giudizi sulla qualità di un vino siano adatti a
soddisfare principalmente un pubblico di "eletti". Costoro hanno gli strumenti per
"interpretare" la qualità di un vino, fornirne una misura soggettiva e
- purtroppo in molti casi – manipolarne la "qualità percepita" dal
consumatore. I più influenti ed abili
sembra che riescano perfino ad orientare lo stile dei produttori per
intercettare un "certo gusto" dei consumatori. Tutto ciò ha un impatto
significativo fino ai momenti immediatamente precedenti all’acquisto.
Ma quando il vino è nel bicchiere, il consumatore non sprovveduto sa
trarre un primo giudizio sia sul vino, sia su chi glielo ha consigliato.
Aristide
pensa che gli attuali sistemi di valutazione che portano a formulare
giudizi sulla qualità di un vino siano in gran parte superati, perchè:

  • non informano il consumatore sulla qualità "sostanziale" di un
    vino: si può sostenere che la qualità intrinseca è già garantita dai
    disciplinari delle DOC/DOCG, ma basta addentrarsi un minimo nella
    costruzione dei disciplinari (fondati sul consenso tra i produttori)
    per intuire come la qualità dei vini sia garantita solo sulla carta;
  • non sono utili nella scelta di un vino, pur influenzadola. E’
    impossibile misurare oggettivamente la qualità complessiva di un vino,
    ma è possibile stabilire, per esempio, uno standard per accertare
    l’assenza di difetti ? Non è questa una misura "riduzionista" (come la
    definisce Stefano Frega, un caro amico filosofo della scienza) rispetto
    agli attuali sistemi, ma più affidabile per fornirci un’immagine della
    qualità di un vino?

A breve, in attesa di vostri commenti, ulteriori approfondimenti sulla questione.