Hume_in_frameSteve Shapin (scrive per la London Review of Books, insegna al dipartimento di Storia della Scienza dell’Università di Harvard) pubblicando una recensione, si sofferma sull’influenza che critici enologici come l’americano Robert Parker hanno sul mercato del vino.
Partendo da un aneddotto sull’abilità nell’assaggiare vini di Sancho Panza, passando per il saggio di David Hume "Of the Standard of Taste" del 1757 (qui il link ad una riproduzione del saggio del filosofo inglese), citando infine Alexis de Tocqueville sull’insofferenza degli americani verso l’Autorità anche in fatto di gusto ("…no aesthetic Leviathan could dictate taste to a free people"), l’autore arriva a sviscerare l’argomento relativo allo "standard del gusto" e dell’obiettività dei critici enologici.
Robert Parker è l’alfiere di una certa visione "democratica" e molto "americana" del mondo del vino, contrapposta alla condiscendenza elitaria nei confronti dei "grandi" di Francia, Piemonte e Toscana di molta critica europea. Visione tutta ispirata dalla vocazione del "consumer advocate": infatti, Parker si dichiara incorruttibile e attento nel valutare esclusivamente il prodotto contenuto nella bottiglia, con freddo distacco e distanza dall’aristocratica influenza di molte pluri-blasonate case vinicole.

Nel perseguire i suoi obiettivi, Parker ha fatto evolvere il linguaggio della scrittura dedicata alla critica enologica, da una parte semplificando la terminologia impiegata, dall’altra ricorrendo ad espressioni "figurative" delle sensazioni della degustazione, suscitando peraltro non poche critiche. Sue sono le famose espresssioni "fruit bomb" e "hedonistic" usate per raccontare alcuni grandi vini del Bordeaux.
La lettura dell’articolo di Steve Shapin, oltre che raccomandata, è interessante ed illuminante, e consente ad Aristide di pervenire a qualche commento.

Conclusione n. 1
Potrà sembrare banale, ma non esiste attendibilità scientifica e nemmeno uno standard tecnico utile a rappresentare in maniera universale il valore ed il gusto di un vino.
Esistono varie metodologie al riguardo, ma nessun critico enologico è assolutamente attendibile. Le guide ed i critici possono essere d’aiuto, ma niente di più. Ciascuno di noi dovrà fare la propria esperienza.

Conclusione n. 2
L’influenza di critici come Robert Parker porta, nel medio termine, ad un livellamento dei valori, realizzando il paradossale effetto di influenzare persino i produttori, i quali sanno quale stile perseguire: se produrre una "bomba di frutta alcolica" (una marmellata alcolica secondo alcuni) serve ad alzare la probabilità di prendere almeno 90 punti da Parker, la marmellata avremo, persino in vini che non hanno mai perseguito questo stile.

Conclusione n. 3
Credo di poter affermare che la metodologia di Parker ha trovato senz’altro degli emuli anche nel Bel Paese: Luca Maroni. Questi si distingue senz’altro da Parker per il Teorema del Vino-Frutto, un tentativo in gran parte riuscito di rendere "scientifico" l’approccio alla valutazione dei vini alla maggior parte di noi consumatori. Approccio ampiamente criticato da molti operatori e comunicatori "accademici", ma che ha consentito anche ad Aristide di cominciare a comprendere qualcosa di vino.

Conclusione n. 4
David Hume ricordava che "i giudizi sul gusto sono formulati in un contesto sociale ed hanno conseguenze sociali", sollecitando i cosiddetti "Masters of Taste" (i nostri critici di oggi) ad avere riguardo e indulgenza per coloro che non la pensano come loro. Quindi, niente guerra di religione tra le varie fazioni della critica enologica: è inutile, noi consumatori siamo già stati avvertiti.

Una scheda biografica su Robert Parker, dal suo stesso sito.

Il testo integrale dell’articolo di Steve Shapin, direttamente dal sito L.R.B.

Il testo integrale dell’articolo di Steve Shapin in versione Adobe Acrobat – PDF.